Ready Player One, di Steven Spielberg

Il martedì è il nuovo lunedì

Più ci ripenso, più mi rendo conto di quanto tutto Ready Player One sia in realtà un film sui martedì e i giovedì, i giorni cioè in cui i nostri eroi decidono di tenere chiusa l’Oasis, la piattaforma di gioco virtuale del 2045, alla quale si accede attraverso delle mascherine-visore per far vivere al proprio avatar incredibili avventure in multiplayer, in uno dei centinaia di pianeti e dimensioni che il portale raccoglie. “Qui è tutto più lento”, dice Evelyn/Art3mis al protagonista Wade/Parzival quando i due stanno per baciarsi sul terrazzo analogico di un palazzo “vero”, al di qua del luna park di riferimenti alla cultura pop su cui si basa l’Oasis, e mormorato da due adolescenti questo apprezzamento per la lentezza suona quasi come uno dei mantra su cui David Sax basa il suo imprescindibile pamphlet The Revenge of Analog: The digital world values analog more than anyone.


Nulla che Spielberg già non conoscesse, ma questo film opera uno slittamento importante, per quanto annunciato con forza da quello che resta il titolo-cruciale dello Spielberg millennial, Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo. Uno slittamento che ruota intorno al tema fondante della poetica del cineasta: la memoria.
Il dispositivo del cinema riflette sul meccanismo della memoria sostanzialmente da sempre, e sembrerebbe quasi che la tagcloud di link alle riflessioni sul tema compiute dagli autori amici (Zemeckis, Cameron, Lucas, Kubrick…) Spielberg la enunci soprattutto per riassumere quante tipologie di passato abbiamo già visitato nella storia del cinema USA: un passato esplorabile perché riavvolgibile, o modificabile, riordinabile, potenziabile come riscrivibile. Ecco, come esplicitato soprattutto dal vertiginoso ri-montaggio di Shining operato a metà film, in Ready Player One abbiamo per la prima volta un passato giocabile, una memoria a premi.

E prendo tutta la cosmogonia
e la butto via

e mi ci butto anch’io

Il passaggio è quello che parte dalle tante Storie della Terra vista dallo Spazio che Spielberg ha inanellato nel corso della propria filmografia, racconti dell’umanità da testimonianze raccolte da creature aliene in visita al nostro presente. Stavolta la cosmogonia spielberghiana non plana dall’alto, come accaduto fino a due titoli recentissimi come il BFG e Tintin, ma attraversa una ricostruzione completamente e abissalmente interiore, una memoria interna. Non solo perché per giocarci bisogna di fatto roteare lo sguardo all’indietro, sul nostro corpo che si fa unico joystick della partita, ma innanzitutto perché tutti i livelli, le battaglie e gli easter egg sono innalzati unicamente dentro i ricordi di James Halliday, il costruttore dell’Oasis.
La banca dati di tutto l’immaginario popolare acquisito dal programmatore lungo un’intera vita va di pari passo con la playlist disordinata, agiografica e volontariamente lacunosa (come quella di ognuno di noi…) dei momenti più cari, importanti o dolorosi, della sua esistenza. People who are versatile in the analog world make better digital stuff, spiega Kevin Kelly proprio a David Sax che va ad intervistarlo per il suo saggio. E allora, il punto più importante di Ready Player One non è l’album delle centomila sagome da riconoscere per risolvere il quiz delle figurine rimesse in ballo già nel romanzo di culto nerd di Ernest Cline, o l’intervento spielberghiano in 70mm o in 3D o in Imax su di una modalità videoludica alla fine dei conti ben meno up to date di quanto si possa credere ad un primo sguardo (il motore delle partite è paradossalmente molto meno complesso di alcune esperienze espanse di gaming del contemporaneo).
No. La grande intuizione del film è piuttosto proprio la presa di coscienza che questa memoria interna possa diventare giocabile da tutti perché condivisa, accessibile mediante semplici interfacce tecnologiche e leggibile da ognuno di noi in quanto costruita su immagini, sentimenti e passioni che riconosciamo da subito perché appartengono a tutti, ci accomunano tutti.
Questo passato universale condiviso è il monumento spielberghiano definitivo a quanto il cineasta è andato costruendo in tutti questi anni, tassello dopo tassello, storia dopo storia: a quale corpo, sangue e nervi e carne, faranno capo alla fine tutte queste estensioni? E’ la domanda che Ready Player One lascia senza risposta (chi è davvero il player one?), quando Parzival si trova con una forma indefinita di Halliday nell’equivalente della stanza subacquea in cui la fatina extraterreste permette al piccolo David di rivivere un ultimo giorno insieme alla madre, in A.I. (di nuovo uno Spielberg-Kubrick…).
Tra la vita e la morte abita la nostra memoria multipla(yer), ma chi ha fatto anche solo una partita in rete sa bene quanto il Sacro Graal non ancora raggiunto del multiplayer resti e resterà quello di poterci giocare anche offline, di martedì.

 

Titolo originale: id.
Regia: Steven Spielberg
Interpreti: Tye Sheridan, Olivia Cooke, Simon Pegg, Mark Rylance, Hannah John-Kamen, T.J. Miller, Ben Mendelsohn, Julia Nickson, Lena Waithe, Win Morisaki, Philip Zhao
Origine: USA, 2018
Distribuzione: Warner
Durata: 140′