Resistance – La voce del silenzio, di Jonathan Jakubowicz

L’ennesimo film di guerra sulla Resistenza, tra atti di eroismo e sacrificio, o un punto di vista innovativo su una delle pagine più buie della storia mondiale? L’ultimo lavoro scritto e diretto da Jonathan Jakubowicz (Secuestro Express, Hands of Stone) appartiene più alla seconda categoria.

Avvalendosi di un cast giovane, ma esperto, Resistance — La voce del silenzio racconta le vicende del celebre mimo francese Marcel Marceau (Jesse Eisenberg), inventore del moonwalk, passo reso popolare da Michael Jackson e nato dal movimento fluido del corpo in avanti, in una sorta di marcia contro un vento immaginario. Il giovane ebreo, appassionato di teatro e dei film di Chaplin, ma costretto a lavorare nella macelleria di famiglia, allo scoppio del conflitto decide di unirsi alla Resistenza di Lione, insieme al fratello Alain (Félix Moati) e all’amica Emma (Clémence Poésy). 

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La narrazione è ambientata in Francia, tra il novembre 1938 — all’alba della promulgazione delle leggi razziali — e la fine della guerra nel 1945. Già dal prologo, si viene calati nella dimensione di terrore e violenza che accompagnerà tutta la vicenda, tramite una vorticosa ripresa a scendere nella tromba delle scale in casa della piccola Elsbeth (Bella Ramsey). La bambina assiste impotente alla brutale e improvvisa uccisione dei genitori ebrei. La sua strada si intreccia ben presto con quella del protagonista, sostenitore di una forma anticonformista di resistenza, il cui impegno nell’organizzazione clandestina si esprime in maniera astuta: egli preferisce mettere le proprie capacità artistiche e interpretative al servizio della comunità (falsificando passaporti e nascondendo orfani ebrei provenienti da tutta Europa), invece che imbracciare le armi. «I morti preferirebbero che rischiassimo la vita per vendicare i loro assassini o per aiutare gli orfani a sopravvivere?». È proprio questa attività finalizzata a evitare l’estinzione degli ebrei che conferisce al film una sua cifra distintiva a livello narrativo.

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A differenza degli altri personaggi, che rimangono sullo sfondo e non vengono approfonditi, la personalità di Marcel viene delineata e caratterizzata dall’ironia (e autoironia), con una punta di nevrosi (di memoria alleniana), accentuata dalla difficoltà nell’affermarsi come attore e dai diverbi con un padre pressante. La guerra trasformerà il suo iniziale egoismo in un altruismo tale da renderlo un simbolo della rivoluzione: il film presenta infatti l’intera vicenda sotto forma di aneddoto eroico, raccontato dal generale Patton (Ed Harris) ai soldati al termine della guerra, come esempio di coraggio («Il coraggio non è nient’altro che paura tenuta a bada un minuto in più»). Nel momento del bisogno, Marcel trova il modo di sfruttare le proprie doti per sopravvivere (dal diversivo del fuoco nella piazza di Lione, al canto corale e all’atteggiamento disinibito durante il controllo della Gestapo sul treno). Un personaggio decisamente insolito per i classici film sull’Olocausto, che con la sua ironia (e talvolta inadeguatezza) smorza le asprezze del momento storico.

Ricorre più volte la reinterpretazione della figura di Hitler (evocata anche tramite i filmati di footage), inizialmente riprodotta da Marcel attraverso il filtro ironico di Chaplin sul palco (aspirando all’iconicità de Il grande dittatore) e successivamente traslata in chiave parodica durante l’esercitazione con gli orfani. Attraverso la mimica, che trasporta l’azione dal piano reale a quello immaginario (il gioco del fiammifero, la lotta contro il finto vento), Marcel riesce a creare con la fantasia ciò di cui i bambini spaventati e disorientati hanno più bisogno, la spensieratezza. Addestrandoli con il sorriso, egli rende divertente ai loro occhi l’intera operazione, trasformandola in una sorta di gioco (un po’ come accade ne La vita è bella di Benigni o in Jojo Rabbit di Waititi, costruito dalla prospettiva infantile).

Dall’altro canto, la crudezza del perfido Kalus Barbie (che ricorda quella di Hans Landa in Bastardi senza gloria) e la violenza di certe scene (che però non raggiungono i livelli al limite della sopportazione di film quali Kapò di Pontecorvo e Il figlio di Saul di Nemes) ci riportano alla dura realtà. La minaccia principale nella corsa verso la libertà è qui rappresentata dal criminale nazista soprannominato “il boia di Lione”, diabolico comandante della Gestapo scampato al processo di Norimberga. Presta il proprio volto al crudele personaggio l’abile attore tedesco Matthias Schweighöfer (Operazione Valchiria, Friendship!, The Most Beautiful Day — Il giorno più bello, Kursk), capace di creare una tensione palpabile con la rigida impostazione vocale e lo sguardo glaciale (come nelle scene all’ “hotel delle torture”, sul treno o nella foresta).

Sebbene riesca a costruire momenti di grande pathos (rafforzati dall’accompagnamento musicale di repertorio prevalentemente classico e operistico), il film di Jakubowicz rimane lontano dalla poeticità drammatica di alcuni classici del genere (da Il pianista a Schindler’s List, omaggiato con la veste rossa di Elsbeth), pur rappresentando un interessante e originale tentativo che suggerisce una diversa prospettiva.

Come sottolineato dai consueti sottotitoli dell’epilogo, moltissimi orfani di guerra riuscirono a sfuggire alle persecuzioni naziste proprio grazie all’azione dei coraggiosi membri della Resistenza. Le immagini finali della fuga dei bambini in Svizzera, a piedi sui monti (che ricordano la conclusione di Tutti insieme appassionatamente di Wise), donano una ventata di speranza e riaffermano la rivalsa di una minoranza a lungo perseguitata nella Storia.

 

Titolo originale: Resistance
Regia: Jonathan Jakubowicz
Interpreti: Jesse Eisenberg, Clémence Poésy, Matthias Schweighöfer, Félix Moati, Géza Röhrig, Ed Harris, Édgar Ramírez
Distribuzione: Vision Distribution
Durata: 120′
Origine: USA, Gran Bretagna, Francia, Germania, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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