#RomaFF14 – Deux, di Filippo Meneghetti

In Deux Nina (Barbara Sukova) e Madeleine (Martine Chevallier) sono due donne mature che si amano. Ormai libere dal lavoro sognano di trasferirsi a Roma dalla Francia, dove vivono in due appartamenti posizionati uno di fronte all’altro, sullo stesso pianerottolo. Nina ha girato il mondo grazie alla sua professione da guida turistica, rappresenta la donna indipendente ed emancipata. Madelaine ha sacrificato la sua vita per la famiglia. Ora è vedova, ha una figlia, Anne (Léa Drucker) ed un figlio Frédéric (Muriel Benazeraf). Ed alla morte del marito prepotente, che detestava, ha tirato un sospiro di sollievo. Coltivano la loro relazione da tempo, in privato, ma prima di attuare il loro piano di fuga, per Madeleine sembra giunto finalmente il momento di fare outing e confessare alla sua famiglia di essere lesbica. Il momento giusto capita a pennello e cade in occasione del suo compleanno, a cena con i due figli ed il nipote, ma al momento di parlare le manca il coraggio. Nina la prende male, è furente, e per la coppia è un momento di crisi, ma prima che possa rientrare succede l’imprevedibile, Madelaine viene colta da ictus. E per loro, vissute felicemente nel segreto, diventa impossibile stare vicine, e quello che era semplicissimo si complica.

L’opera prima di Filippo Meneghetti, girata tra Francia, Lussemburgo e Belgio, affronta tematiche importanti e delicate, dalle conseguenze terribili di un cuore che batte a vuoto, e sospira invano quando non incrocia la sguardo dell’innamorata, all’incomprensione all’interno di un nucleo familiare per le omissioni, un non detto che si trascina nel tempo, e i piccoli egoismi nostalgici. La paura di non essere capiti, di compiere un passo falso, di perdere qualcosa, i pregiudizi che proprio non riescono a scomparire. La malattia gli consente di esplorare l’importanza degli affetti, per favorire un percorso di guarigione, e le controindicazioni di un accanimento terapeutico dall’approccio disumano dentro un freddo e poco accogliente ricovero per anziani.

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La prova attoriale di Martine Chevallier, proveniente non a caso dalla Comédie-Française, rappresenta invece l’impotenza, la perdita d’autonomia, il buio di un’esistenza passiva dentro un corpo condannato al mutismo, che non conosce altra cura di un caldo abbraccio e rifiuta ogni altra alternativa  riabilitativa. Forse quello che risulta un azzardato nell’equilibrio del film è l’uso reiterato e metaforico di una vecchia canzone italiana degli anni ’60, Mirage, con un ritornello tormentone, Stasera la luna ci porterà fortuna, una modalità abbastanza in disuso nel cinema contemporaneo, già rispetto agli anni ’90 quando l’uso del refrain era quasi la regola. Mentre gli effetti audio, seppure a volte abusati allo sfinimento, c’è quasi un ossessione nel suonare continuamente al campanello, complessivamente creano bene le atmosfere insieme ad una buona fotografia, con uno stile che di italiano ha davvero poco, almeno restando sulla produzione attuale, ma la cui vera forza risiede comunque nello script.