#RomaFF14 – The Fanatic, di Fred Durst

The Fanatic è proprio quel materiale da meme istantaneo e gif grossolana per le spietate community del web che tutti temevamo fosse: l’intero film sembra pervaso da uno stato di isteria generale che contagia ogni personaggio e tutte le immagini di Durst (alla sua terza prova registica), tanto che ad un certo punto la star stalkerata dal pazzo fanatico mette su un pezzo dei Limp Bizkit per calmare il figlio mentre lo accompagna in auto a scuola. Esatto, siamo a quel livello di smargiassata, che però non raggiunge mai il grado di ebollizione necessario ad assurgere ad un so bad it’s good (formalmente siamo più dalle parti di un anonimo episodio di una serie crime di Anthony Zuiker, anche se Durst inserta addirittura un paio di tavole disegnate a puntellare la vicenda).
Travolta, alla ricerca di un ruolo che possa risollevarlo dalla zona d’ombra in cui è precipitata la sua gloriosa carriera (tra straight-to-video d’azione, Gotti e Maria De Filippi) è pieno di tic, piange, sbraita e parla da solo, ma ad un certo punto, nel terzo atto da home invasion, sembra per un attimo recuperare il fascino dei suoi grandi ruoli da villain tra John Woo e Codice: Swordfish – il suo Moose ha degli inaspettati punti in comune con l’Artur Fleck di Todd Phillips (anche se si aggira per il Sunset Blvd con una sorta di motorino alla Reign over me), comprese le bullizzazioni subite e il lavoro da imbonitore da marciapiede in costume (sarà la comune filiazione da Re per una notte…). Ma più che un’icona militante, Fred Durst sembra avere piuttosto la confusa intenzione di farne una metafora scoperta dell’anima malata di Los Angeles.
Una città costruita intorno ai guardoni, ai paparazzi e alle mappe (oggi comodamente disponibili in app) per scovare le residenze delle star, una walk of fame oramai attraversata da disperati e diseredati di ogni tipo, che Durst sporca letteralmente di una scia di sangue.

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Si tratta probabilmente delle intuizioni in potenza più interessanti dell’operazione (parrebbe ispirata a reali problemi avuti dal rocker-cineasta con alcuni fan), viziata però dall’assoluta genericità delle situazioni approntate, e dalla caratterizzazione non proprio inedita delle figure di contorno, tra cartooneschi proprietari di negozi di memorabilia, violenti poco di buono esagitatissimi per strada, domestici ispanici sottomessi, la fotografa scandalistica che narra l’intera storia e che in qualche modo la scatena, e la star egoista, antipatica e scostante interpretata da Devon Sawa, il quale nel leggendario video di Stan di Eminem (ironicamente uno dei grandi nemici dei Limp Bizkit) era invece 19 anni fa nel ruolo del fan ossessionato.
Difficile provare empatia o sentimenti diversi dal fastidio per uno qualsiasi di questi personaggi: se fosse una direzione consapevole, si tratterebbe di una scelta di sguardo con un certo coraggio, o quantomeno con quello stesso livello di insolenza un tempo contagiosa che riconoscevamo al Fred Durst frontman da Mtv e disturbatore da tabloid.