#RomaFF14 – Your Honor, di Andres Puustusmaa

Nell’iconografia classica la Iustitia è sempre rappresentata con la bilancia e la spada, in segno di equilibrio, stabilità e forza. Su di lei si basa la saldezza di uno stato che vuole dirsi democratico. Ma cosa succede se è la Legge, nella persona del giudice, a commettere un crimine? A chi può o deve render conto un magistrato, se non a se stesso?

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Ed è qui, in un’austera aula di tribunale nella gelida Estonia invernale, che ha inizio Your Honor, l’ultimo film di Andres Puustusmaa presentato in concorso alla 14esima Festa del Cinema di Roma.

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Quando il giudice condanna una donna ad una pena severissima s’innescano una serie di reazioni a catena. Lui sa di aver ragione, con la sicurezza della legge, «severa ma giusta», dalla sua, ma il fratello di lei non riesce ad accettare il duro verdetto, e finisce per seguirlo ossessivamente nello strenuo tentativo di fargli cambiare idea. L’inseguimento però ha vita breve: un tragico incidente porta l’uomo a morire per colpa del giudice, che si troverà suo malgrado a dover scontare intimamente questa colpa, gonfiata nella dimensione dell’incubo e della paranoia.

Ecco l’innesco della vicenda che si disegna come un viaggio purgatoriale tra le repubbliche baltiche e la vicina Finlandia. Un delitto e castigo illuminato dalle luci d’inverno, in un bianco e nero che però ha poco dell’eleganza bergmaniana cui forse sogna d’aspirare. Eppure la dimensione dichiaratamente simbolica del film ci costringe a restare nel terreno tracciato dal maestro svedese. Sarebbe più corretto infatti riferirsi al giudice – allegoria della Giustizia e della Legge – con la “G” maiuscola, chiamando così inevitabilmente alla mente la più celebre partita a scacchi del cinema: quella di un uomo qualunque con la Morte. Senza dimenticare che i continui deliri allucinatori del protagonista, i dubbi e gli slittamenti d’identità, l’ossessione che ritorna senza tregua, sono tutti indizi che ci guidano per mano fino a quella casa in riva al mare del Nord in cui Bibi Andersson e Liv Ullmann si sono così a lungo osservate in Persona.

Un’espiazione on the road che ha le tinte grottesche e stranianti d’una pièce di teatro dell’assurdo giocata tra nevi, boschi, saune promiscue e bizzarri drugstores in cui ogni incontro segna una tappa, una presa di coscienza maggiore ed uno spiraglio di luce in più.

Oltre a Dante, Bergman e Dostoevskij c’è allora Kaurismäki a fornire al regista estone una galleria eccezionale di personaggi e situazioni surreali. A partire da una lontana, seppur presente, eco di quella folle avventura americana dei Leningrad Cowboys. Ma il bianco e nero di Puustusmaa rende tutto più rigoroso. Gli interni e le tappezzerie coloratissime, i vestiti e le acconciature kitsch si normatizzano. Si legge tra le righe un certo manicheismo: qui ci sta il bene e ci sta il male. La giustizia e l’ingiustizia.

Alla fine del viaggio la pace è raggiunta per questo moderno Raskolnikov e l’ordine è ristabilito.

Perché «occorre avere fede nella giustizia», o almeno questo recita l’epigrafe di quell’austero tribunale in cui tutto ha inizio.