"Sherlock Holmes – Gioco di ombre", di Guy Ritchie

Il primo elemento che colpisce di questo secondo capitolo di Sherlock Holmes firmato Ritchie – oltre alla fedeltà ai testi di Conan Doyle, che tanto ha entusiasmato gli amanti dello scrittore inglese e dell’investigatore privato da lui creato – è la sua attualità. Il film si apre con una serie di attentati in vari stati europei che mettono in crisi i rapporti economici e diplomatici tra le nazioni lasciando presagire la terribile eventualità di una guerra mondiale (siamo nel 1891). È il folle e allo stesso tempo geniale piano segreto di Moriarty, acerrimo nemico holmesiano, professore universitario, terrorista e soprattutto speculatore industriale che nel creare il suo progetto di distruzione punta le sue carte su un’abile strategia economica. Che il film sia particolarmente focalizzato su un discorso sull’Europa di oggi, lo esplicita peraltro la sua stessa itineranza diegetica che porta Holmes e Watson, coadiuvati dalla zingara Sim (una Noomi Rapace sostanzialmente male utilizzata nei suoi abiti folkloristicamente gitani, forse perché attrice dal temperamento esistenziale troppo intenso per essere “semplicemente” relegata a tipo), a partire da Londra per poi attraversare Francia, Germania e la “neutrale” Svizzera (la meta ideale per chiunque decida di far scoppiare una guerra, come sottolinea lo stesso Moriarty in una battuta del film).

Detto questo è abbastanza chiaro che al produttore Joel Silver interessa soprattutto “lavorare” narrativamente su una nuova coppia di poliziotti ante-litteram (Holmes-Watson) sulla falsariga dei Martin Rigg e Roger Murtaugh della sua Arma Letale (probabilmente il capolavoro hollywoodiano di Donner-Silver), dando vita a tutto un formulario di situazioni dialogiche e alchimie interpretative figlie di quella serie poliziesca e qui rivisitate nell’atmosfera di fine Ottocento dell’epoca vittoriana. Come il primo episodio anche Gioco di ombre si concentra infatti molto nel duo protagonista Downey Jr.-Law, accavallando duetti ironici nel bel mezzo di risse e sparatorie e permettendosi di aumentare la carica sottilmente omosessuale che lega morbosamente Homes e Watson, la cui amicizia viene sempre più messa in crisi dal matrimonio del secondo con Mary. Se la pre-confezione silveriana si rivela solidamente efficace (e non poteva essere altrimenti), i dubbi permangono ancora una volta sulla capacità di Ritchie di riuscire a raccontare un mondo senza ricorrere a scorciatoie di facile superficie. Consapevole di dover affrontare con maggior cupezza lo scontro tra Sherlock Holmes e Moriarty, il regista di The Snatch tinge il suo film di un’oscurità indubbiamente elegante, in larga misura figlia del Direttore della Fotografia P. Rousselot (Le relazioni pericolose, Intervista col vampiro), e conferisce al suo Holmes accenni a una fallibilità deduttiva (l’episodio del Don Giovanni all’Opera) che nel complesso non riescono a trascinare il film oltre una prevedibilità manieristica ricorrente. Un esempio su tutti è il numero di Ritchie per eccellenza, ovvero la veggenza in slow motion di Holmes prima di ogni corpo a corpo. Idea di regia riproposta almeno quattro volte nel corso del film e che connota la preoccupazione didascalica  di una messa in scena che pare concentrarsi sempre e soprattutto più sul meccanismo che sullo stupore emotivo.

Titolo originale: Sherlock Holmes – Game of shadows
Regia: Guy Ritchie
Interpreti: Robert Downey jr., Jude Law, Rachel McAdams, Noomi Rapace, Kelly Reilly, Jared Harris, Stephen Fry, Eddie Marsan
Origine: Usa, Gran Bretagna 2011
Distribuzione: Warner bros
Durata: 125'