“Silent Hill: Revelation 3D”, di Michael J. Bassett

Qualcosa ci chiama dai sogni. A un certo punto il linguaggio, i simboli, si fanno più impellenti, più chirurgici. E diventano incomprensibili. E’ il momento della metamorfosi, che l’inconscio avverte prima della coscienza. Così i sogni diventano strani, ci prendono, anche se sembrano non voler comunicare altro che oscurità. Heather Mason non sa di sapere qualcosa. Nel suo abisso personale, è l’infanzia a richiamarla attraverso incubi e visioni. Una giostra che gira, un orso di peluche, un clown con i suoi palloncini. Alcuni tra gli elementi più tradizionali del genere, rielaborati e virati in una dirompente esperienza visiva. Come raccontano i produttori e il regista di questo sequel di Silent Hill, tratto dal videogioco Silent Hill 3, il sogno era di quelli impossibili: creare un ponte tra l’esperienza dello spettatore e quella del giocatore. Ci sono riusciti, in una visione post-post-moderna, attraverso la rielaborazione e il rovesciamento. All’inizio di Silent Hill: Revelation 3D tutto sembra portarci verso la più classica delle atmosfere horror. Ma poi basta un carrello all’indietro per scaraventarci nella claustrofobia e nella tensione di non poter più solo guardare. Si tratta di agire, anzi di interagire. E’ la presa di coscienza della protagonista, apparentemente guidata, da un lato da forze esterne e malvagie, dall’altro dalla forza del legame con il proprio padre. Sulla soglia (i suoi diciotto anni), Heather in realtà non è deviata né ingannata: fa una scelta. La scelta di scendere nel proprio abisso, liberarsi della propria identità visibile, rischiare la morte fino al punto di distruggerla, e riemergere con una nuova coscienza del proprio male, della propria complessità. Estremamente interessante, quanto questo apparente depistaggio – la setta che richiama Heather a Silent Hill – è il lavoro compiuto sull’immersione in una realtà altra, che facciamo fatica a definire – sogno, dimensione parallela? Non si tratta di soggettive, ma di lunghi respiri presi in momenti densi, di un sottofondo visivo costante che richiama, in maniera intelligente perché sottile e semplicemente popolare (il ragno, i manichini che si animano come in un video anni Ottanta, la vera natura di Claudia che al posto degli organi ricettivi, occhi e orecchie, ha lame), gli archetipi che continuamente  interferiscono con la nostra cognizione.

 

 


Titolo originale: id.
Regia: Michael J. Bassett
Interpreti: Adelaide Clemens, Sean Bean, Radha Mitchell, Carrie-Anne Moss, Malcolm McDowell, Kit Harington
Distribuzione: Moviemax
Durata: 120’
Origine: USA, Francia, 2012