Speak No Evil, di Christian Tafdrup

Un horror psicologico danese che ti fa dubitare di te stesso e fa domandare: qualcosa non va in queste persone o sono io? Dal Tertio Millennio Film Festival di Roma

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In prima mondiale al Sundance Film Festival e a Roma per il Tertio Millennio Film Festival, l’horror/thriller Speak No Evil del cineasta danese Christian Tafdrup (miglior regista con Parents al Robert Award 2017) è tra le prime produzioni ad essere girate in Toscana subito dopo il lockdown del 2020, e rappresenta un esame misantropico, una satira sociale con denti affilati come rasoi. Girato a Volterra e tra la campagna di Montecatini Val di Cecina, lo spettatore si trova davanti un’adorabile famiglia danese, Bjørn (Morten Burian) e Louise (Sidsel Siem Koch) con la piccola Agnes (Liva Forsberg), loro figlia, che durante una vacanza in Italia, stringe amicizia con una simpatica famiglia olandese, Patrick (Fedja van Huêt) e Karin (Karina Smulders) insieme il figlio Abel (Marius Damslev), che a causa di una aglossia congenita non può parlare. Il loro umorismo e le loro culture, potrebbero sembrare simili, ma in fondo non lo sono. Si conoscono talmente poco, e pur non avendo nulla in comune, tranne i bambini di età simile, pochissimi mesi dopo, la coppia danese riceve dagli olandesi un invito: passare un fine settimana diverso, nella loro casa di campagna. Frettolosamente e a cuor leggero, decidono di accettare la proposta. Certo che lo fanno, lo farebbe chiunque… D’altronde sarebbe scortese non accettare. Cosa potrebbe succedere?

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Non passa molto tempo prima che la gioia del ricongiungimento lasci il posto ai malintesi: la situazione sfugge pian piano di mano quando gli olandesi si rivelano molto diversi da ciò che hanno finto di essere. I danesi si ritroveranno così intrappolati, prima nella rete della loro stessa gentilezza di fronte a comportamenti eccentrici e sinistri, poco dopo in una casa in cui non avrebbero mai dovuto entrare. Un lungometraggio che fa dubitare di te stesso e che riesce a far godere lo spettatore della tanto agognata, a volte, suspense all’interno di un horror psicologico: c’è qualcosa che non va in queste persone o sono io?

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Un misto tra il divertente e il macabro. Un film provocatorio, specialmente nel terzo atto, dove vuoi distogliere lo sguardo ma sei comunque curioso: una situazione molto riconoscibile, portata all’estremo, ma se ci pensiamo molte persone finiscono per passare del tempo con dei perfetti sconosciuti, non reagendo al loro istinto, perché la società dice loro di essere educati. La gentilezza può spesso ritorcersi contro, è un po’ una prova di resistenza: la dieta vegetariana di Louise che viene ignorata, la loro figlia Agnes è costretta a dormire su un materasso per terra nella stanza di Abel, un finto invito a cena fuori in cui la cucina classica olandese si trasforma in una notte un po’ assonnata in una locanda piuttosto decrepita; la lista potrebbe continuare all’infinito.

Tra brani olandesi (It never ends di Trijntje Oosterhuis) e Monteverdi (il madrigale Lamento della Ninfa), il regista Tafdrup inganna il suo pubblico, portandolo a chiedersi (proprio come quella povera coppia) se si stia inventando tutto o se ciascun malinteso possa essere dovuto a una barriera linguistica o a stili genitoriali differenti. In realtà sarebbe così se non fosse per la colonna sonora rivelatrice del film, che introduce l’elemento inquietante fin dall’inizio, sebbene le immagini ci mettano un po’ più di tempo a rifletterlo. Fin dall’inizio infatti, Speak No Evil, è molto chiaro nel delineare chi saranno i vincitori e i vinti.

Abbiamo a che fare con la drammatica fine di un uomo – e forse anche di una donna, considerato che il film si concentra soprattutto sulla psicologia di Bjørn e non sappiamo quali fantasmi possano agitare la mente di Louise (magari non troppo diversi da quelli del marito?).

Un finale difficile da dimenticare, soprattutto perché lo spettatore deve trovare da solo la spiegazione a ciò che è accaduto, e perché. Una viscida, strisciante e malevola inquietudine quella che cresce e serpeggia in ogni fibra e in ogni inquadratura della creatura ideata da Tafdrup, che dimostra, ancora una volta come, attraversato l’Oceano Baltico, il Male è già bello che pronto ad accoglierci nel sangue.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3
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Il voto dei lettori
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