SPECIALE A STAR IS BORN – Il rigonfio della manica

Lo diceva Jackson Maine che devi pescare nel fondo della tua anima, se no non c’è speranza, prima o poi sarai finito. Eppure ci sono cose che non riesci a dire e di cui tanto meno hai voglia di scrivere, quando hai il cuore stretto in una morsa. E allora come si fanno i conti con questa impotenza? Perché il punto è sempre lo stesso, è quel ritrovarsi costretti a giocare una partita truccata, in cui la parola, la mia parola, non può che essere un pallido riflesso, è costretta a girare intorno al cuore esatto delle cose, di ciò che ho visto e che ho sentito. Sì, dovrei dire quello che preferirei lasciare in silenzio, dovrei raccontare come io, quella mattina a Venezia, non avevo neanche la forza di guardare in faccia Simone… Sì, uso la prima persona, contravvenendo al comandamento degli “scienziati”. Ma non ho altra scelta, perché è sempre un fatto privato, anche quando c’è di mezzo la politica, l’utopia, la rabbia. Figuriamoci se si parla d’amore. E verrei meno all’essenziale se trasformassi quel groppo in gola in un discorso analitico, se riducessi ciò che me lo ha provocato in un freddo oggetto da sezionare e valutare.

Ecco, se c’è una cosa che dimostra A Star Is Born è che, nonostante tutto, i film sono cose reali, possono essere storti, malandati, imperfetti, banali, ma hanno la capacità di esaltarti, di colpirti e stenderti al pari delle illuminazioni e degli incidenti, delle esaltazioni e dei vuoti. L’ho già detto, per me il cinema, come tutto il resto, non è niente se non si lascia toccare dalla vita. Perché, altrimenti, non sarebbe capace di incidere in essa, di rimodellarne il corso e la traiettoria. Perché anche l’idea più intelligente, provocante o originale, è un esercizio sterile se, in qualche maniera, non marchia il mondo. E dove sarebbe la vita in un film che parla di stelle cadenti e astri nascenti, che segue, appartentemente, le parabole più risapute di una storia già raccontata e già vista? Quanto meno in quella retromarcia di Bobby Maine, con gli occhi di Sam Elliott gonfi di lacrime rivolti verso di noi. È proprio quell’istante che l’immagine diventa un’intuizione inspiegabile, un grumo denso o un cristallo trasparente, fa lo stesso, ma comunque qualcosa che squarcia il velo della storia per confondersi con tutte le altre mille cose che hai vissuto e provato. Proprio come quella mattina fuori dalla sala Darsena. E io posso solo tentare a raccontare tutto questo, senza mai arrivarne a capo, senza mai riuscire a raggiungere la stessa immediatezza e la stessa evidenza. Segno della mia impotenza e della mia mediocrità critica. Ma va bene così, preferisco rinunciare ai giudizi, alle analisi e ai criteri dell’estetica (che non conosco) per mantenere intatto quel sentimento e per provare a sfiorare l’urgenza di una verità che intravedo ancora. E che riposa, forse, solo in me stesso, nell’assoluta fedeltà a me stesso, come diceva qualcuno. Oltre tutte le mie cecità e incertezze.

La verità, già… In fondo è questa l’ossessione di A Star Is Born, oltre la cortina fumogena dei talenti e dei meriti, delle ascese spettacolari e delle cadute a precipizio, delle folle in delirio e dei successi folgoranti. Fanculo le ballerine. La disperazione di Jackson Maine viene da lontano, ma ora più che mai sta tutta nella sua difficoltà di sentire e perciò riconoscere quelle poche note vere che giacciono sepolte tra mille suoni indistinti, inutili. Qualcosa di autentico in sé, nella sua musica e nelle sue parole, in quelle degli altri, perfino in chi ama di più. Forse, in origine, mentire è un modo di opporsi alla durezza della realtà, qualcosa che assomiglia a un atto rivoluzionario, come l’uso del futuro, l’ottativo, l’aggrapparsi alla fede dell’impossibilità, è il ridisegnare le cose con la forza di un racconto che libera, per un istante, dall’inevitabile fine. Ma nel momento in cui tutto appare finto, apparecchiato a bella posta secondo l’esigenze di un mercato, uno qualsiasi? Quando ormai tutti si nascondono dietro le ciglie fatte con l’adesivo e i capelli colorati, o ancor più dietro gli ingranaggi di un meccanismo o di un racconto che serve da rifugio? E quando tutti si appellanno al mestiere, all’intelligenza, al talento, a ciò che è giusto e sbagliato, per non mostrare l’anima? Forse non resta che un ultimo gesto di verità, un disvelarsi che spacca il mondo in due. Perciò Jackson Maine, alla fine, non può che essere fedele alla sua disperazione, dargli fondo. Magari è un altro modo di fuggire, di evadere le responsabilità. Non lo so, ma i meriti non c’entrano in queste storie. Lo sapeva Clint (che sembra dietro ogni immagine), lo sa Jackson, lo sa Ally, lo sa Bobby, lo sanno tutti. Nessuno ha colpa. Si vive e aggrapparsi al rigonfio della manica non salva dalle calamità. L’amore non salva, così come non salva la bravura o la passione o la ragione. Il cinema non salva. Tanto meno un regista può salvare i suoi personaggi. Eppure come sono belli quegli occhi pieni di lacrime di Sam Elliott. È terribile, lo so, ma è magnifico…