SPECIALE APATOW – Domicile conjugal

judd apatow e paul rudd sul set di Questi sono i 40"Io prima di cominciare a girare desidero soprattutto fare un film che sia bello. Non appena  sorgono le prime grane devo ridurre le mie ambizioni, augurandomi che io riesca a finire il film. Verso la metà della lavorazione faccio un esame di coscienza e mi dico: potevi lavorare meglio, potevi dare di più, ora ti resta l’altra metà per rimetterti in pari. E da quel momento cerco di rendere più vivo tutto ciò che si vedrà sullo schermo" (François Truffaut)

 

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Perché scegliere come sequenza d'apertura di Funny People il video casalingo di un giovane Adam Sandler che inanella infantili scherzi telefonici? La risposta (non) è importante: dietro quella piccola videocamera analogica, nel 1992, c’è Judd Apatow che riprende l’amico e coinquilino  dell’epoca mentre dà sfogo alle sue esplosive doti  di comedian a inizio carriera. Ecco, questa scelta di “regia” è la più evidente dichiarazione d’intenti dell’Apatow cineasta: il film(come)diario. E allora: cosa succede al video privato dissepolto dalla memoria? Ovviamente il cinema: il “personaggio”  interpretato da Sandler nel film del 2009 (la star  hollywoodiana George Simmons) che apprende di  avere una grave forma leucemia e…non gli resta che rifugiarsi nella sua stanza preferita, murata da schermi sui quali scorrono immagini di diverse fasi della sua carriera (altri filmati originali di Sandler), da giovane cabarettista a consumato performer. Insomma, si produce un abissale corto circuito tra la vita del personaggio e quella dell’attore che lo interpreta, paradossalmente smascherando la radice più intima del cinema di Apatow: l’indistinzione e la confusione tra il cinema e la vita. La divertita configurazione di una perdita di confine nel privato attraversamento di fondamentali soglie di crescita (l’incontro con la donna ideale, la paternità, il successo, i fatidici 40 anni), scandito dalla messa in scena di storie archetipiche e votate al puro e semplice intrattenimento di massa (40 anni vergine, Molto incinta, Funny People, Questi sono i 40). È come se i film dell’Apatow regista fossero il dietro le quinte di quelli dell’Apatow produttore, una sorta di scavalcamento di campo che esorcizzi i fantasmi di una carriera di successo producendo sempre e comunque spettacoloper vivere. La leucemia di George Simmons è la possibile entrata in campo del male nell’esistenza sclerotizzata di una star, che la costringe a scavalcare il suo campo: il contatto con il proprio passato, con un giovane commediante senza soldi interpretato ovviamente da Seth Rogen, immerso nelle affettuose famiglie allargate dagli sboccatissimi amici della Factory Apatow.

leslie mann e paul rudd in Questi sono i 40Funny People è il commovente incontro/scontro tra due generazioni e due comicità, unite nella cosciente indistinzione vita/spettacolo che produce la comune ricerca di purezza (come direbbe Alain Badiou). Una paradossale fame di verità: la seconda cosa da fare dopo la scoperta della malattia è la ricerca dell’unica e sola donna amata, la “donna ideale”. E chi poteva interpre tarla se non Leslie Mann? “Reale” moglie/musa dello stesso Apatow?

C’è innegabilmente qualcosa di truffautiano in tutto questo. La messa a nudo di un privato domicile conjugal condiviso nelle ferree regole della commedia hollywoodiana, come se si volesse “ri-creare una famiglia: un bisogno vitale tanto per i personaggi quanto per il regista”. Il padre di Seth Rogen in Molto incinta è interpretato dal grande Harold Ramis, quindi una parentela diretta con la comicità sponda SaturdayNightLive prima maniera; il padre di Paul Rudd in Questi sono i 40 è interpretato da Albert Brooks, anche lui attore legato al primo SNL nonché a cupe atmosfere settantesche (indimenticabile il suo personaggio in Taxi Driver); infine il padre di Leslie Mann è interpretato niente di meno che da John Lithgow (immensa maschera inquietante del più alto cinema di De Palma), come se il temuto genitore della donna amata non potesse che far riferimento ad un cinema spettrale, doppio, insinuante.

Le traiettorie del mondocinema di Apatow creano un fitto tessuto esperienziale che raggiunge un miracoloso equilibrio tra la spontaneità del sentimento più verosimile (piccole vicende di vita quotidiana come unico costrutto narrativo; sua moglie e le sue due figlie perennemente in scena nello stesso ruolo), e le regole dello spettacolo come unico pre-testo possibile per decodificare le vite che ci stanno intorno. Tutto così dannatamente “contemporaneo”.

judd apatow40 anni vergine, debutto dietro la macchina da presa nel 2005, si pone chiaramente nel solco della nuova commedia americana: evidenti parentele con i padri del SNL, a cui si aggiunge però la profonda crisi della mascolinità post 11 settembre che il genere commedia sta intelligentemente riflettendo (vedi lo straordinario Reign Over Me di Mike Binder). Un film dominato dall’infantilità esibita di uno Steve Carell perfetto archetipo del nerd classico alle prese con un esilarante debutto sessuale. Ma rispetto all’iconoclastia non sense delle sue più riuscite commedie da produttore insieme a Will Ferrell e John C. Reilly (Anchorman, Ricky Bobby, il lucidissimo Walk Hard) qui Apatow pur pagando dazio a quelle atmosfere inizia anche la lenta riscrittura del (suo) personaggio maschile. La dicotomia del maschio ‘di apatov’ oscilla tra l’aspirazione esibita all’amore romantico – di  solito inseguito da Paul Rudd che in 40 anni vergine inaugura un personaggio che affinerà in Molto Incinta e Questi sono i 40 – e la perenne irresponsabilità restia ad ogni crescita, perché intimamente insicura e vogliosa di pura jouissance, godimento sfrenato, di solito interpretato da Seth Rogen. Ecco  che addomesticare Rogen in Molto incinta, costringerlo a scontrarsi con la paternità, è come un rito di passaggio, la timida entrata nell’età adulta che fa guardare malinconicamente al passato. Per ricordarci eternamente come funny people di belle  speranze.

iris apatow, maude apatow, leslie mann e paul rudd in Questi sono i 40Il cinema, pertanto, diventa un filtro emotivo. I sovrabbondanti riferimenti alla tradizione di Hollywood che i personaggi del regista tirano in ballo creano un costante “schermo” protettivo che dialoga in maniera divertita e serissima con le angosce di noi cittadini occidentali del nuovo millennio. Gli insistiti link a film, registi, attori, tendono a porsi oltre l’immagine per entrare direttamente nel linguaggio: l’evocazione verbale del patrimonio memoriale del cinema basta a creare un “mondo”, un immaginario che diventa l’unico reale mod(ell)o di comunicazione condiviso. Quando Seth Rogen prova a spiegare al timido Steve Carell come fare a conquistare una bella donna in libreria, non trovando le giuste parole, non capendo e non potendo far capire, dice solo: “sii David Caruso in Jade” (di William Friedkin)”. E Carell comprende in pieno: “ok, questo è un esempio illuminante!”.

Le donne. Spesso “inquadrate” come esseri superiori, belle e angeliche o puttane e castratrici. Proiezioni di un cinema intimamente maschile nella configurazione perenne di un tempo che preservi l’infantilità sognante dalla minacciosa presenza delle responsabilità. Ed è da questo punto di vista che l’ultimo, bellissimo, Questi sono i 40 completa il percorso di sublimazione del genere commedia.

john lithgow e albert brooks in Questri sono i 40I tipici personaggi del clan Apatow aleggiano solo nei ricordi dei due coniugi ormai quarantenni: spariscono Jonah Hill e Seth Rogen per dar spazio al solo flusso di momenti tragicomici su una maturità faticosamente raggiunta.

E sì, si prendono il loro tempo i film di Judd Apatow: è una consuetudine non comune per le commedie a Hollywood quella di superare costantemente le due ore di durata.  Ecco che l’influenza truffautiana non si limita solo all’esplorazione degli stessi personaggi durante varie fasi della vita – in Molto incinta, Funny People e Questi sono i 40, la famiglia protagonista è sempre la vera famiglia Apatow – evidenziandosi anche in quel manifesto desiderio di scandire il tempo del film solo in base all’altalena sentimentale dei suoi personaggi. Perché se c’è una cosa che da sempre i bravi “commedianti” imparano in fretta è che la vita non la si (rin)traccia né totalmente fuori né totalmente dentro il palcoscenico. Ma solo nel mezzo. Tra lo schermo e la sala, tra l’io e il tu con lo spettatore.

Una lezione di etica quella dell’Apatow regista: rispettando tradizioni digerite, generi codificati, un preciso immaginario condiviso, si possono ancora illuminare schegge di “umana purezza” scevre da ogni sovrastruttura. Legate solo a ciò che si ha di più intimo. Perché il cinema, per fortuna, è sempre oltre se stesso: pulsa in quei sublimi tentativi truffauttiani di “rendere più vivo tutto ciò che si vedrà sullo schermo”.