SPECIALE IL PONTE DELLE SPIE – Il cinema che ci appartiene

Chi siamo noi? Cosa ci definisce come società democratiche? Prima di tutto quel libretto delle regole che chiamiamo Costituzione – come tiene a precisare subito Tom Hanks/Jim Donovan –, ma forse dovremmo aggiungere anche quel libretto delle favole – le regole del cinema – che nel Novecento ha fornito un formidabile terreno immaginario al di là di ogni Legge scritta. Spettacolarizzando ogni trauma e suturandolo nella memoria condivisa dei nostri sogni ad occhi aperti. Ecco, Steven Spielberg (oggi, nel nuovo millennio, certamente non a caso) torna alle questioni etiche che ci hanno definito nel post Seconda Guerra Mondiale, torna a quel Muro di Berlino come frontiera prima degli incubi da Guerra Fredda e torna al Secolo Breve come culla di ogni attuale matassa geopolitica che dal settembre 2001 ci sta pian piano portando il conto. E per riflettere consapevolmente in tal senso porta indietro il cinema e lo asciuga al grado zero del linguaggio, ridiventato classico e trasparente, campo-e-controcampo, dall’Hawks di Un Dollaro D’Onore al Capra di Mr. Smith va a Washington, in uno sguardo sul mondo che riconosciamo istantaneamente come familiare. Perché ci appartiene già.

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Tom Hanks/Jim Donovan

Cinema classico, quindi. Individuazione di una frontiera, annessione di uno spazio (immaginario) e poi costante ritorno al selvaggio (west) per espiare le colpe e ricominciare a vivere. Ed è in questo ciclico scarto, allora, in questo inevitabile vuoto-della-morale, quindi, che serve ancora un mediatore che faccia da ponte come il War Horse tra le trincee. Un uomo comune dall’etica incrollabile e dalla retorica inattaccabile che con un singolo atto di buon senso possa elevarsi oltre ogni ovvia interpretazione e mediare faccia-a-faccia ogni soluzione. Serve il medium-cinema, insomma. L’eroe tutto d’un pezzo che la spia sovietica Rudolph Abel riconosce in Jim Donovan, del resto, non è una persona fisica bensì un’idea a cui tendere. È una tensione etica che va eternata e condivisa immediatamente in immagine: il ritratto di Donovan che Abel dipingerà come dono finale è sin troppo esemplificavo dell’icona da affiancare a quella del gemello Lincoln nel film precedente. Immagine-idea che tenti di suturare la faglia emotiva creata tra la Flags of Our Father (il noi immaginario) e tutte le Letters From Iwo Jima (il Reale dietro l’immagine): forse è proprio in quel sublime dittico eastwoodiano, prodotto dallo stesso Spielberg, che è possibile tracciare il retroterra filosofico di questo meraviglioso Ponte delle Spie.

lincoln jones

Lincoln (Steven Spielberg, 2012)

Come guardare il mondo d’oggi? Nella sua consapevole essiccazione degli archetipi classici, nella sua cristallina e manifesta morale e nella sua netta e schierata visione delle cose, paradossalmente, Spielberg può permettersi di riflettere al meglio sull’identità americana (e per estensione Occidentale) dissotterrando una “memoria-comune” che ci renda più consapevoli di fronte agli urgentissimi quesiti contemporanei. Dalle guerre in Medioriente alle elastiche interpretazioni delle nostre libertà civili (il dibattito serrato sugli accordi di Schengen è solo l’ultimo esempio), in tempi di crisi economica e di terrorismo internazionale. Un cinema testardamente umanista che proprio oggi (ri)scopre la sua anima più fordiana e, come fossimo in un Furore di inizio millennio, traccia i paletti (immaginari) delle libertà civili che abbiamo faticosamente raggiunto. Lo sguardo di Spielberg, in fondo, non si sposta mai di un millimetro da quella stanza dove il Thaddeus Stevens di Tommy Lee Jones si stende accanto alla sua amante di colore portandole il documento firmato del XIII emendamento. Leggimelo tu, amore mio. La scena cardine di Lincoln: la Storia è mossa dai piccoli sentimenti, perché nulla è al-di-sopra di un singolo uomo (Salvate il soldato Ryan), nulla è più importante di una singola vita (Schindler’s List), nemmeno gli ottusi conservatorismi acritici (The Terminal) che anticipano ciclicamente i venti di guerra (Minority Report).

Tom Hanks e Steven Spielberg sul set

Tom Hanks e Steven Spielberg sul set

Ecco che l’uomo comune Jim Donovan, politicamente, non vuole mai conoscere l’oscuro e disumano retroterra dei massimi sistemi con cui è costretto a confrontarsi. Non vuole sapere nulla dei suoi “avversari” – Rudolph Abel è una spia sovietica o no? Non importa, è una persona che rispetto, la sto guardando negli occhi, ha diritto a una difesa perché le nostre libertà e garanzie si misurano proprio nei loro confini più estremi –; e non vuole assecondare le ragioni di Stato dei suoi “amici” – l’agente Powers è più prezioso dello studente Pryor perché può rivelare segreti militari? No, tutti gli uomini sono importanti, Pryor è un ragazzo che ha la stessa età di Dougie, il mio aiutante, dobbiamo fare di tutto per salvarlo pacificamente. Punto. La Storia ha sempre un nome e un volto in Steven Spielberg, pulsa di sentimenti e di piccole scelte tutte-contingenti (L’impero del sole) che ci mettano in grado di ipotizzare risposte alle grandi e complesse domande che il mondo si trova ciclicamente a riprodurre (Munich). Il Grande Schermo ri-diventa così un Ponte che eterna nel Mito ogni paura, immaginando favolistici incontri ravvicinati che ci interroghino ancora come singoli individui immersi nel nostro tempo. Su quel ponte ci siamo noi, allora, perché su quel ponte balena il cinema allo stato puro.