Storie di cavalli e di uomini, di Benedikt Erlingsson

Hross í oss, cavalli e uomini… semplicemente. Un titolo secco, in originale, che circoscrive la focalizzazione delle trame su questi due tipologie di animali che si confrontano. Poi con quella E ponte che può avere valenza focale disgiuntiva (prima i cavalli e poi gli uomini), oppure creare una forte concomitanza (i cavalli insieme agli uomini). Però la distribuzione italiana arricchisce il titolo aggiungendo quel “Storie” che descrive perfettamente la struttura scelta dal regista. Storie di cavalli e di uomini è un’antologia visiva di piccoli squarci narrativi islandesi, umani e ambientali; un caleidoscopio di brevi racconti giunti e disgiunti allo stesso tempo tra loro, i cui i vincoli si creano attraverso il cambio di focus sui diversi personaggi e le loro storie (gli “spettatori” con il binocolo divengono poi protagonisti, e viceversa).

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Benedikt Erlingsson, apprezzato autore teatrale e già attore in diverse pellicole, di cui la più nota è Il grande capo di Lars Von Trier, esordisce nel lungometraggio scegliendo una storia ariosa nell’ambientazione e briosa nell’andamento. Autore anche della sceneggiatura, Erlingsson narra, attraverso scene rurali quotidiane, la profonda pulsione sessuale repressa dei personaggi che si “sfogano” sui loro prediletti animali. Il confronto con il coevo Rams – Storie di due fratelli e otto pecore è inevitabile. Non solamente per la tematica zoofila che unisce le due pellicole, ma anche per lo stile di racconto prescelto, e cioè quello di avvalersi dell’ironia. Ma se l’umorismo di Rams è un poco grezzo (probabilmente legato al tipo di animali – umani e ovini – villosi e lerci), lo humor di Storie di cavalli e di uomini è più raffinato e aguzzo. È una satira che procede come le diverse andature dei cavalli (passo, trotto, galoppo, ambio), quasi a tratteggiare le diverse storie.

Gli episodi si aprono sempre partendo dall’iride equino, che come uno specchio fish-eye riflette il soggetto che sarà al centro dell’episodio. Una “bislacca” apertura che ricorda l’escamotage tecnico del cinema muto che iniziava spesse volte con dissolvenze a iride. I cavalli osservano gli uomini con occhio lucido, biasimandoli o lodandoli. Sono quadrupedi che dagli uomini vengono amati alla follia, oppure sfruttati nelle loro pure funzioni pratiche di animali. Le relazioni sono talmente strette che escludono quasi quelle con i propri simili. Solamente verso la fine ci sarà l’unica copula tra una donna e un uomo, cioè Solveig (Charlotte Bøving) e Kolbeinn (Ingvar Eggert Sigurðsson), ma con la persistente presenza dei cavalli in scena. Mentre nel finale, come una promiscua orgia gioiosa, cavalli e uomini si ritrovano mischiati in un grande recinto, mentre la macchina da presa si alza e si allontana come nei classici happy- end hollywoodiani.

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Osservando bene, inoltre, Storie di cavalli e di uomini è quasi una grottesca variante di Girotondo di Arthur Schintzler, in cui i vari personaggi (e cavalli) si incontrano sempre a coppie. Tagliente nelle battute, raffinato nella confezione e, soprattutto, intelligente nella sua costruzione, cinematograficamente il film di Erlingsson si accosta a Storie di Michael Haneke e Canicola di Ulrich Sedl, ambedue appuntite antologie di lacerti di vite quotidiane. Quello che lo discosta è che non ha lo stesso gusto acido e iconoclasta dei due autori austriaci, ma rimane – giustamente – su toni sofisticati.

 

Titolo originale: Hross í oss

Regia: Benedikt Erlingsson

Interpreti: Ingvar E. Sigurðsson, Charlotte Bøving, Steinn Ármann Magnússon, Kristbjörg Kjeld, Halldóra Geirharðsdóttir

Distribuzione: PFA Films

Durata: 81′

Origine: Islanda/Germania/Norvegia 2013