"Sword in the Moon – La spada nella luna", di Kim Eui-suk

Storia classica di amicizia e onore traditi, la pellicola coreana si rifà ai wuxiapian sanguigni e viscerali di tradizione cinese, superando in fisicità l'etereo “Hero”. Peccato si stemperi in scelte esasperate fino al parossismo, scadendo nell'auto-parodia involontaria.

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Nel diciassettesimo secolo la Corea versa in un frangente caotico e anarcoide. Ji-hwan e Gyu-yup, guerrieri al comando di un gruppo d'élite della guardia imperiale, sono amici inseparabili e fratelli in armi: ma quando gli eventi precipitano, prendono decisioni opposte e sono costretti a rincorrersi, infine ad affrontarsi. In un periodo di astrazione e vuoto simbolismo per il cappa e spada di provenienza asiatica (Hero, House of the Flying Daggers), Sword in the Moon ha il pregio di ritornare a una fisicità impregnata di sangue e dolore, radicandosi in una tradizione che sfrutta atmosfere plumbee e corporee per costruire un percorso allegorico tra le derive dell'amicizia, del dovere, della lealtà, dell'onore (tradito). Pur partendo da uno scorcio di storia coreana, Kim Eui-suk (ri)percorre infatti le strade del wuxiapian, genere tipicamente cinese, in cui l'oltre-umano dei guerrieri marziali è metafora e specchio deformante/distopico del mondo quotidiano. Tolto questo, però, Sword in the Moon non riconosce i limiti di una storia risaputa – i soliti amici/nemici messi a confronto in un periodo buio di cause maggiori – prendendosi troppo sul serio, fin quasi a scadere nell'auto-parodia: pose eroiche, dialoghi superomisti, montaggio ellittico, primi piani forsennati e dettagli spaesanti nelle scene d'azione si assommano fino a raggiungere un culmine parossistico, che contribuisce a creare un'atmosfera esacerbata, artificiale, altezzosa nel mostrarsi consapevole e spregiudicata. Lontano dalle riletture instabili, decostruite, selvaggiamente teoriche già messe in atto da Tsui Hark (con il sottovalutato The Blade) e Wong Kar-wai (con il da noi incomprensibilmente misconosciuto Ashes of Time), Sword in the Moon mal gestisce gli elementi cardine a disposizione, gettandoli reiteratamente nella mischia fino alla totale perdita di significato (il duello a distanza tra i due, i ricordi del passato, vibranti omoerotismo), arrivando a un finale visivamente appagante (un ponte, due uomini contro un intero esercito), eppure totalmente insoddisfacente. Kim Eui-suk non ha la forza visionaria di un Chang Cheh (il finale di La mano sinistra della violenza/The New One-Armed Swordsman, del 1971), e nel caso del suo film si finisce col chiedersi quando, finalmente, il nostro eroe verrà abbattuto da una giusta freccia nel cuore.

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Titolo originale: Cheong-Pung-Myeong-Weol

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Regia: Kim Eui-suk


Interpreti: Choi Min-soo, Cho Jae-hyun, Kim Bo-kyung, Lee Jong-soo, Yoo Yeon-soo, Jeon Sung-hwan, Cho Sang-keon


Distribuzione: Moviemax


Durata: 100'


Origine: Corea del Sud, 2003

 

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