#TFF34 – Juan Zeng Zhe (The Donor), di Qiwu Zang

Yang Ba è un uomo dalla bassa estrazione sociale, è sposato  ed ha un figlio che sta per finire il liceo. Vive in un quartiere povero di Shangai, costruito proprio in mezzo ad un importante snodo ferroviario, con sopraelevate grigie che disegnano il cielo. Ogni giorno Yang Ba si reca nella sua officina, frequentata da pochissimi client, i che raramente passano di lì per farsi cambiare una ruota e poco più. Per soddisfare la moglie scontenta e pagare gli studi al figlio, Yang Ba è sempre in cerca di qualche altro lavoretto. Un giorno viene contattato da un uomo molto ricco, che vuole salvare a tutti i costi la sorella malata.

Il regista Qiwu Zang, sceglie inquadrature per lo più  statiche, fisse. La macchina da presa, immobile per la maggior parte del tempo, sembra quasi non partecipare ai fatti che accadono sotto i suoi occhi. Sembra distante, come se spiasse i suoi protagonisti. Questa  è la sensazione quando sale gradualmente verso l’alto e supera le rotaie e le sopraelevate, mostrando le piccole baracche e gli uomini che si muovono per le strade. C’è qualcosa di spietato in tutto ciò. D’altronde  il regista sta raccontando qualcosa di spietato, il divario sociale e la povertà, il potere del denaro e la sua indispensabilità. La casa di Yang potrebbe essere buttata giù per far spazio a un quartiere residenziale per ricchi. “Chissà se i ricchi sopporteranno tutti questi  treni che passano  ogni giorno” gli dice un amico.

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zenLa regia nella casa invece è un po’ più intima, gli spazi sono piccoli, è una casa molto modesta. Ma anche qui la mdp si tiene in disparte, riprende le scene di vita familiare da sopra le scale, dagli angoli delle stanze o sbirciando da dietro i muri. La casa è caotica, ma anche calda. Nelle riprese qualcosa si perde sempre, la moglie è in cucina ma il muro la copre. In queste scelte il regista predilige la reazione del suo protagonista, che non perde mai di vista. Al centro di tutto ciò c’è lui, è lui al centro del dramma, è su di lui che si abbatte in un incessante fatalismo uno strano succedersi di eventi. C’è una precisa scelta e tutto ciò che ne consegue. Gli occhi stanchi, la lentezza dei movimenti, i lunghi silenzi pieni pensieri fanno emergere dallo schermo un personaggio di pochissime parole.

A sostenere la forza visiva del film, c’è un potentissimo commento sonoro: i suoni urbani dei lavori nella città, quelli casalinghi, la lavatrice che fa da sottofondo a una discussione tesa, il suono del cibo gustato con foga, qualcosa che cuoce sui fornelli.

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Tutto ciò confluisce in Juan Zeng Zhe, rendendolo un’ottima opera prima che tramite precise svolte narrative, acquista pian piano un tono sempre più nero, conquistando lo spettatore e conducendolo lentamente ad una crescente sensazione di malessere.