#TFF40 – Cinque stanze. Intervista a Bruno Bigoni

“Ci ho messo dieci anni a finire di scrivere questa storia”. La nostra intervista con il regista milanese che al festival ha presentato fuori concorso il suo nuovo film.

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“Nei miei studenti vedo un’attenzione maniacale per la tecnica che però nasconde una fragilità di contenuto e questo lo capisci quando un giovane regista deve dirigere un attore: non sanno cosa significhi perché non sono in grado di capire quello che stanno vivendo e quindi di esprimerlo”. Una visione disillusa ma suggestiva aleggia su Cinque stanze di Bruno Bigoni, dedicato alla storia dell’ormai anziano K: giornalista appena pensionato, il quale finalmente fa i conti con gli errori passati. Abbiamo incontrato il regista milanese al 40° Torino Film Festival.

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Come nasce l’idea di questo film?

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Ci ho messo dieci anni a finire di scrivere questa storia. Ho fatto diverse stesure e in vari momenti sono stato lì lì per realizzarlo ma l’opportunità poi si è persa. Insomma, il progetto ha avuto varie vicissitudini fino a quando, come nel cinema spesso accade, ci sono state le condizioni per portarlo a termine. A quel punto avevo tantissimo materiale. Il primo montato durava due ore e per ottenere l’attuale minutaggio di 80 minuti abbiamo dovuto asciugare ciò che risultava superfluo. Compreso il lavoro degli attori, perché il processo di avvicinamento alla messa in scena è sempre stato fatto insieme a loro. La sceneggiatura è stata lavorata anche dagli attori e soprattutto da Riccardo Magherini. Nel frattempo ho cercato un modo per raccontare questa vicenda molto comune senza cadere negli stereotipi. Quindi ho pensato che andare avanti e indietro nel tempo fosse una prima soluzione che poteva dare una mano alla narrazione. E poi trovando una dimensione spaziale, spezzando la storia in modo che essa diventasse determinante perché nel film i luoghi arrivano prima dei personaggi. Così nasce l’idea delle cinque stanze, ciascuna delle quali collegata a un tema, a ciò che accade in quella stanza e all’immaginario che sta dietro il personaggio che lo abita. La prima è la stanza dell’incapacità perché questo è proprio un film sull’incapacità di rialzarsi. Non un film sul dolore, ma sulla caduta. E di come sia difficile rimettersi in piedi quando non hai gli strumenti per farlo. Perché K è un uomo senza qualità, né buono né cattivo, ma feroce nei suoi sentimenti e violento nel modo in cui tratta la moglie, anche se in modo inconsapevole.

Nel film ci sono spettri del passato che ritornano, ma anche i vivi lo sembrano.

Certo, anche se ho cercato di evitare l’astrattezza colorando i momenti in cui il sentimento diventava vero. Quei momenti in cui la figlioletta ricompare o il ricordo della moglie giovane fa capolino nella mente del protagonista sono leggermente colorati rispetto al bianco e nero generale proprio per rendere la forza espressiva della memoria. Lui, come molti uomini, capirà solamente dopo le cose che avrebbe dovuto capire prima. Ad esempio, l’amore che sua moglie ancora provava nei suoi confronti oppure il fatto che l’amante non lo ricambiasse e l’abbia invece sempre usato.

Non a caso si parla di intensità del colore ma anche delle emozioni.

Il film è in bianco e nero perché io vedo il mondo in bianco e nero e anche K vede così il futuro. Il colore mi serviva a sottolineare con un tocco lubitschiano, il più possibile leggero, questa cosa. Un colore che entra in campo un po’ alla volta e poi se ne va, quasi in dissolvenza, e non sempre lo aiuta poi a trovare una chiave di lettura della realtà. Ad esempio quando il ricordo della giovane moglie si spoglia davanti a lui, K non ce la fa e il colore cade. Quello mi sembrava un momento culmine per simboleggiare l’incapacità di un uomo di ritrovare qualcosa che ha perso e che non sa bene neppure come recuperare.

Cosa c’è di te nel personaggio?

Penso che tutti i film siano un po’ autobiografici, in qualche modo, non tanto per la vita che hai fatto ma perché ci metti dentro quello che senti. Io, come uomo, se mi guardo indietro, ho cercato di comportarmi bene ma probabilmente tante volte probabilmente non l’ho fatto. Qui ho cercato una modalità per riuscire a comprendere meglio quello che ho fatto. Percui sì, c’è qualcosa, ma sinceramente non saprei dire cosa salvo il fatto che sono un uomo con tutte le oscenità che mi porto dietro. Nessuno lo sta leggendo in questo modo, ma è anche un film sulla violenza maschile. Tutti vedono l’incapacità di K, ne restano molto attratti, ma non è un caso che pochi vedano la sua dimensione di oscenità verso il femminile, come questa sia così sottile. Impercettibile almeno da parte degli uomini. Viviamo in un mondo di ombre. Una volta il cinema rifletteva la nostra identità e di conseguenza i personaggi venivano costruiti su questo. Oggi lo specchio è opaco e riflette solo fantasmi. Il mio film cerca di mostrare il mondo ponendoti degli ostacoli: la scansione temporale, la suddivisione delle stanze, gli spostamenti dei personaggi… Ma parla di quel vuoto.

Qual è, per te, il contribuito di Riccardo Magherini al progetto?

A prescindere dal fatto che io con Riccardo lavoro da una vita e quando ho iniziato a scrivere il film pensavo a lui e su di lui sono rimasto. Poi oggi è un uomo di 66 anni e va verso quella parte della vita in cui devi fare i conti con quello che hai fatto. In più è un attore molto disciplinato, anche troppo, molto rigoroso ma molto disponibile: nel momento in cui tu dai, lui ti ridà. E quindi con lui ho fatto proprio un lavoro di avvicinamento al personaggio dove anche la scrittura è stata modificata perché lui in qualche modo ha contribuito al suo sviluppo. Qualcuno mi ha chiesto perché K faccia il giornalista. Io rispondo che nelle varie stesure gli abbiamo dato le più disparate professioni e il giornalista lo abbiamo tenuto solo perché non ha orari.

Il cronista è qualcuno che cerca l’obiettività del racconto rischiando di perdersi delle cose…

Sì, inoltre abbiamo voluto mostrare la disillusione partendo dall’ultimo giorno di lavoro prima del pensionamento. Ammetto di essere affascinato dagli incapaci perché in qualche modo sono i veri eroi contemporanei.

Ti riferisci all’inetto sveviano?

Intendo quell’uomo che ogni mattina si alza e deve capire come portare a casa la sua giornata. Oggi l’eroe non è quello che muore in guerra e combatte per la libertà dei popoli, ma è quello che tutti i giorni si deve arrabattare. Qui c’è tutta una metafora legata all’amore, questo concetto indescrivibile, questa parola impronunciabile, soprattutto dal protagonista. Ma l’amore lascia strascichi che vengono collocati in alcune zone del film. Ad esempio, a me la parte della prostituta piace molto. Prima di tutto perché lei è un’attrice straordinaria ma anche perché le prostitute, insieme alle donne che partoriscono, sono il massimo esempio di sacrificio umano che l’uomo possa immaginare. Tanto sono sbeffeggiate da una vita, tanto per me hanno una statura morale altissima. E quindi questo film non poteva non avere una rappresentazione come quella. K prova a mettere insieme moglie e prostituta perché non ci sta capendo niente. È incapace emotivamente, ma non solo. In fondo non ho mai pensato fosse una cattiva persona, questo ci tengo a dirlo, e non ho mai inteso giudicarlo.

Secondo te è anche un film sulla vanità degli uomini?

Sì, in parte sì perché lui ha un grande bisogno e desiderio di essere amato ma alle sue condizioni e quella è vanità. La cosa è molto nascosta, non programmatica, anche se a una proiezione ho sentito una ragazza parlare con sua madre e dire “Gli uomini sono proprio delle merde”. Io tendo a preferire lo sguardo femminile e non ho grande stima degli uomini. Ma qui ho cercato di rispettare il personaggio protagonista. Il film non prende mai posizioni e anche sul piano del linguaggio e dei movimenti di macchina ho sempre tenuto un passo fuori. In ogni caso il mio grado di consapevolezza della sua fragilità è alto, nel senso che capisco e vedo quanto sia senza qualità. Non mi riferisco a Musil ma parlo del quotidiano.

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