The Trouble with Being Born, di Sandra Wollner

Presentato all’Efebo d’Oro, The Trouble With Being Born è una riuscita provocazione nichilista sulla impossibilità a restare umani, che si prende il coraggio di tradurre in immagini Cioran

Ci vuole molto coraggio a cercare di tradurre in immagini i concetti nichilisti del filosofo Cioran. E bisogna essere ancor più temerari a proporre un anti-favola in cui Geppetto abusa sessualmente di Pinocchio. Sandra Wollner dopo il convincente debutto con il documentario The Impossibile Picture propone un film shock in cui i silenzi e l’oscurità preannunciano il tramonto dell’umanità. Elli (Lena Watson) è una bambina androide che viene utilizzata da George (Dominik Warta) come surrogato della figlia morta: il rapporto è però ambiguo e sfocia in chiari riferimenti incestuosi. Finchè Elli si perde nel bosco e finisce dentro un’altra famiglia disfunzionale che le cambia il genere, trasformandola in Emil, un bambino scomparso tanto tempo prima.
La Woeller parte benissimo lasciando parlare le immagini e i rumori della natura circostante, depistando continuamente lo spettatore e ponendo un forte interrogativo sulla identità e sui rapporti tra i personaggi principali: un padre e una figlia, un pedofilo e il suo oggetto sessuale, un uomo e la proiezione irreale del suo desiderio? L’immagine dell’androide che galleggia inanimata nell’acqua della piscina è davvero potente in rapporto ai tempi di reazione dell’uomo che la dovrebbe salvare e che invece esclama “di nuovo!”. Come se la tragedia non possa essere evitata e anzi i corsi e i ricorsi la facciano ripetere incessantemente come in un incubo. Anche i momenti di tenerezza, il ballo insieme, la canzone ascoltata durante una vacanza, l’odore di sigaretta e crema solare, perdono lo statuto di ricordi familiari e acquistano i connotati di un ciclico rituale di accoppiamento perverso. La non volontà di Elli diventa schiavitù sessuale, legame malato perché fondato su una sproporzione: da un lato la disperazione della solitudine umana dall’altro l’inconveniente di essere nati solo per riempire un vuoto.

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Se tenesse la splendida tensione della prima parte The Trouble with being born sarebbe un’opera davvero eccezionale e opportunamente scandalosa (a Melbourne il film è stato censurato e ritirato dalla competizione dagli organizzatori). La svolta narrativa con il cambiamento di genere avrebbe potuto fornire moltissimi spunti di riflessione, invece il film sembra fermarsi e ristagnare come se fosse indeciso sulla direzione da prendere. Elli diventa Emil, gli/le si tagliano i capelli, gli/le si fa portare a spasso il cane come il fratello della padrona di casa morto prematuramente perché investito da un treno. I ricordi di quello che è successo si confondono con quelli della vita precedente e la voce narrante che appartiene alla vera Elli è un memento mori crudele e senza speranza. La macchina da presa penetra nell’oscurità del bosco per carpirne i segreti, memorie di un tempo perduto, reliquie di una vita dimenticata, tra le canzoni e il verso dei grilli. Non c’è un sentimento, non c’è una parola di umanità. C’è un continuo errare senza una meta alla scoperta di un mondo in cui già dalla nascita sono manifesti i primi vagiti di morte. Non c’è Elli, non c’è Emil, c’è un pupazzo che ripete la cantilena che gli è stata insegnata fino allo sfinimento come un HAL9000 che sta per scaricarsi per sempre.
Presentato all’Efebo d’Oro nella sezione speciale opere prime e seconde, The Trouble With Being Born è una riuscita provocazione nichilista sulla impossibilità a restare umani, una discesa nelle tenebre in cui ogni gesto, ogni parola, ogni immagine acquista i contorni spettrali della non-esistenza.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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