The Wasteland, di Ahmad Bahrami

Le terra di Ahmad Bahrami è una terra polverosa, arida ed estremamente difficile da abitare. Nemat Abat è una landa desolata che sorge in una zona remota dell’Iran, dove sorge un mattonificio, una fabbrica senza moderne macchine industriali e dove la produzione è affidata alle mani degli operai, unica sopravvissuta in un’area che solo qualche anno prima poteva contarne una cinquantina. All’interno del complesso risiedono donne, uomini e bambini, per una convivenza complicata dalle condizioni lavorative, dallo stato di bisogno e non ultimo dalla presenza di un gruppo di curdi, malvisto da buona parte della comunità per la loro insofferenza alle regole religiose.

Nato dalla scuola di Abbas Kiarostami, e dall’ammirazione per Béla Tarr, Ahmad Bahrami in questo secondo lungometraggio traccia una forte linea di continuità con il lavoro di esordio Panah, con storie di villaggi e popolazioni abituate a fare i conti la realtà giorno per giorno, e con una domanda impossibile da eludere riguardo al futuro. La questione in Dashte Khamoush si ripresenta intatta, ed irrisolta. Il padrone raduna gli abitanti per comunicargli la chiusura dello stabile, per gli ormai divenuti insostenibili costi di gestione, e la vendita dell’azienda, tutti dovranno andarsene a cercare fortuna altrove. Una notizia sufficiente a mandare a frantumi tante esistenze, a distruggere passioni ed amicizie nate e vissute dentro un’isola polverosa, piena di cunicoli e grotte, restituita con un bellissimo bianco e nero e tempi dilatatissimi in un perpetuo rinnovarsi di un quotidiano formalmente immobile dentro panoramiche circolari, se non per i sentimenti agitati in sottotraccia.

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Oltre i cuori infranti, ad essere schiacciati dal precipitare degli eventi, sono i diritti dei lavoratori, abbandonati al proprio destino. La sintesi del conflitto vede il padrone, già debitore di numerosi stipendi arretrati, abituato a trattare le persone dall’alto in basso, che continua ad elencare promesse di valore pari a zero. Nello stato di bisogno degli operai può esercitare il suo ricatto, assumendo le sembianze fasulle del buon padre di famiglia, approfittando del potere per il proprio tornaconto. Ma la denuncia di prevaricazione viene risolta, salvo alcune rimostranze isolate, fuori dalle illusioni di rivolta, con una semplice presa d’atto. Nella fine di un’esperienza restano i progetti iniziati o ancora in stato embrionale, un matrimonio da organizzare, un amore tenuto segreto per troppo tempo, l’agire spontaneo verso un domani tutto da scoprire, stimolante, pieno di incognite, la paura di superare il limite, quel confine solido costituito dal legame con la terra, una culla scomoda eppure protettiva, da cui è impossibile a volte fuggire.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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