Tokyo Steps, di Nanako Yamazaki

Ha l’abilità di rendere universale un orizzonte comico così sfacciatamente autoctono come quello nipponico. Tanto che nelle stranezze dei protagonisti rivediamo subito le nostre. Dal Laceno d’Oro

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Agli occhi dei neofiti, la comicità giapponese può sembrare certamente “ridicola”, stravagante, ma non per questo meno tagliente o accessibile. La capacità dei comici nipponici di creare un dialogo diretto e non-filtrato con chi guarda/ascolta non è seconda – per quanto di natura diversa – a quella dei loro corrispettivi occidentali, proprio perché passa attraverso quell’unico strumento che unisce, senza discriminanti, tutti gli esseri umani: il corpo. E seppur il repertorio degli artisti “manzai” sia per buona parte basato sulla sperimentazione della parola, nel cinema, come nelle arti performative, è l’espressione di una corporeità slapstick a dominare gli intrecci umoristici. Al punto da sintetizzare, anche in un film come Tokyo Steps, un processo che segue una “doppia via del ridicolo”. Rintracciabile tanto nella demistificazione della fisicità attoriale, quanto nella stravaganza degli atteggiamenti scenici.

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E in questo senso, Tokyo Steps non fa di certo eccezione. L’insieme di intrecci, ambiguità e stranezze comportamentali di un vasto gruppo di personaggi/cittadini di età diverse, richiama qui una precisa attitudine della commedia cinematografica giapponese alla rottura dei simboli di rappresentazione, con gli spazi scenici che si caricano sempre più di una simbologia assurda, che poco ha a che fare con le loro istanze (ir)reali. In narrazioni di questo tipo, i luoghi della quotidianità nipponica mutano – almeno dal punto di vista ontologico – le loro configurazioni ordinarie per riflettere un orizzonte di pensiero più ampio, in cui i personaggi-tipi riversano organicamente le proprie idiosincrasie. È così che le scale di Tokyo del racconto, alla pari della esoterica palude di Instant Swamp (2009) o del bosco grottesco di Funky Forest (2005), diventano il mezzo fisico attorno a cui si originano le personalità “sopra le righe” dei protagonisti. Lo strumento concreto su cui sublimano i loro atteggiamenti buffoneschi, rappresentando al tempo stesso il controcampo iconografico di una propensione collettiva all’assurdo. Da cui emerge il cuore di un certo modo di essere e di stare al mondo di una (ampia) fetta del popolo nipponico.

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Ma dove la giovane Nanako Yamazaki (qui al suo debutto) eccelle è nel riportare una cornice comica così sfacciatamente autoctona all’interno di un orizzonte comunicativo propriamente universale. In Tokyo Steps assistiamo infatti ad una sequela infinita di situazioni/azioni che urlano la loro appartenenza a certe fantasie di stampo nazionale: ecco che osserviamo due giovani idol catapultarsi sulle gradinate della capitale (in stile Takeshi’s Castle di Kitano), o una ragazza annullarsi deliberatamente per favorire lo status quo asimmetrico della relazione che la lega al partner (pensiamo a Ping Pong di Yuasa), oppure ancora una madre recitare una serie di sutra buddhisti nel bel mezzo di una foresta (in modo simile ad Himiko di Shinoda). Ma ogni espressione è qui un’occasione per parlare di noi. Di atteggiamenti che sì hanno una derivazione di natura strettamente nipponica, ma che proprio per la loro singolarità, mettono in scena quelle “stranezze del quotidiano” in cui ognuno può facilmente riconoscersi. Al di là delle barriere socio-culturali di fondo. Perché, alla fine dei conti, il film sa bene che non c’è verità più grande di quella espressa dai suoi ambigui protagonisti. Nella quotidianità, come negli ambienti familiari, siamo tutti un po’ così: degli inveterati stravaganti.

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