#TSFF29 – Country for Old Men. Intervista a Pietro Jona e Stefano Cravero

Al Trieste Film Festival l’opera prima di Jona e Cravero, un documentario sui “rifugiati economici” americani in Ecuador, dall’atmosfera cupa e forte senso di perdita. I registi ci parlano del film

L’opera prima dei registi Pietro Jona e Stefano Cravero, Country for Old Men, presentata in concorso nella sezione “Premio Corso Salani” della 29esima edizione del Trieste Film Festival, si propone come viaggio conoscitivo ed esperienziale di una realtà, sempre più comune in Occidente – e, nella fattispecie, nel continente americano –, in cui a raccontarsi è il fallimento di un sogno e di una società, quella per l’appunto tradita dall’American Dream della propria generazione. I registi seguono da vicino la (nuova) realtà costruita dalla comunità statunitense emigrata in massa, nell’ultimo decennio, in Ecuador, nel paese di Cotacachi, meravigliosamente sperduto tra le Ande; e qui si insinueranno tra le strade polverose del luogo, sotto il vulcano che domina lo spazio, a scrutare situazioni variegate e un po’ “folli”, tra cani randagi, gente della comunità locale che conserva ancora costumi e festività tradizionali, e americani in pensione venuti qui per restare e trapiantare uno stile di vita del passato che nel Paese d’origine non era più possibile mantenere in tempo di crisi.
Eppure, all’integrazione e all’incontro – che è soprattutto incontro linguistico – con i locali, gli americani “rifugiati economici” sembrano preferire la conservazione di uno stato di immobilità, quello che li porta a sentirsi maggiormente al sicuro con un sistema d’allarme sempre attivato e delle alte inferriate intorno alle proprie dimore; e proprio qui, all’interno delle loro enormi residenze, circondate dal verde e dal vento, metteranno in piedi la messa in scena di un’attesa, di una reiterazione infinita di gesti e momenti venuti da una vita precedente – che non esiste più –, finendo per stereotipizzare luoghi e situazioni che prima d’allora non avevano conosciuto la condotta (capitalistica) a stelle e strisce.CFOM_cancello-1140x641
Jona e Cravero decidono di assemblare sguardi sul luogo, tratteggiato sempre con una nota di cupezza e senso di appiattimento, e momenti di maggiore vicinanza alla comunità americana, colta nella sua variegata presenza, nelle quotidianità semplici e malinconiche – dalle visite in massa in cerca di case “preconfezionate”, alle lezioni di lingua spagnola, o di Chi Kung, queste ultime rigorosamente tradotte in inglese –, dove il vantaggio è che qui «non accade mai nulla di male» e si può sopravvivere solo con la previdenza, ma il senso forte che emerge è che trasferirsi ha avuto, per loro tutti, un sapore amaro di rassegnazione.

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I registi, che abbiamo telefonicamente raggiuto per discutere del film e che ci rivelano di stare già riflettendo su nuovi progetti futuri, raccontano di avere avviato quest’avventura casualmente, per il tramite di contatti privati, dunque una sorta di «viaggio esplorativo, a metà tra turismo e visita di cortesia a un’amica», reiterato per tre volte, ci conferma subito Jona. L’impatto con la comunità americana di Cotacachi resta, dunque, prioritario per i registi, e viene facilitato dalla naturalezza incredibile con la quale i singoli personaggi si sono posti nei confronti della macchina da presa, quando questa è entrata nelle loro case “blindate” e nelle loro routine. Ci racconta Cravero: «Una cosa che abbiamo notato, e su cui ci siamo interrogati più volte, è che praticamente tutti ci hanno accolti, e si sono messi davanti alla telecamera, in modo incredibilmente naturale. A tutt’oggi non sappiamo bene perché, probabilmente per un fatto culturale». Ma la sensazione di spontaneità emerge prima di tutto come voglia di raccontarsi a qualcuno, di avere la possibilità di esprimere in parole la ferita profonda che ciascuno di loro ha subìto nell’abbandono della terra natìa, e farlo in un’atmosfera che risulta pervasa, non a caso, da un forte senso di solitudine. Aggiunge Jona: «Qualche volta mi sono presentato alle famiglie senza la camera, solo per fare delle chiacchiere; l’impressione che ho avuto fin dall’inizio, è che loro avessero molta, molta voglia di compagnia, di novità, di cambiamento, e poi che avessero molta voglia di condividere questa loro storia. Noi crediamo che questa storia sia come un trauma, e quindi parlarne, anche solo vedere che qualcuno è interessato a questa storia, ha fatto loro bene».
Il film è, probabilmente, questo racconto intriso sottilmente di sofferenza – per un’identità perduta – e di grande spirito di avventura che caratterizza da sempre il popolo americano; la ricerca di un benessere e una maggiore stabilità finanziaria è stata la causa prima del loro trasferimento in Sud America, ma le ragioni economiche si arrestano di fronte alla necessità di trovare la vera serenità personale in un posto lontano da casa. Continuano, su questo tema, i registi: «Riflettendoci, abbiamo avuto questo pensiero che è apparentemente molto banale, però forse nemmeno così tanto. Abbiamo avuto la netta impressione che questo tentativo di trovare una qualche forma di felicità, sia in realtà qualcosa di molto legato ai caratteri delle persone, alla loro natura e quindi, in fondo, a com’erano prima. La società americana di Cotacachi è composta di fatto da tantissime persone e l’impressione che abbiamo avuto noi è che, tutto sommato, chi a Cotacachi ci è andato con lo spirito un po’ violento e aggressivo di fare la vita da riccone, fare i soldi, non inserirsi ma piuttosto sfruttare, di fatto mente sulla felicità, è chi soffre di più, perché non ha trovato nessun punto di integrazione; mentre ci sono persone che a noi sono sembrate oneste nel dire che hanno trovato una forma di felicità… Mai replicare la tua vita da benestante americano se sei in mezzo alle Ande!».

Country-for-Old-Men__La presenza americana nel documentario è preponderante, frutto di una scelta registica precisa che ha condotto a un’attenzione esclusiva per i rifugiati; ma gli abitanti locali si muovono comunque intorno al film, mostrati in modo silenzioso eppure costante, ridotti quasi a corollari degli americani che su di loro hanno imposto prepotentemente denaro, usi e lingua di casa propria in una contaminazione irreversibile. Ci dicono Jona e Cravero: «In realtà, abbiamo avuto tutta una serie di rapporti con gli abitanti locali di Cotacachi e, a un certo punto, abbiamo avuto la tentazione di inserire dei personaggi locali e raccontare di più le loro vite. Ma poi, ripensandoci, abbiamo deciso di tagliare fuori tutto questo, perché in realtà volevamo in qualche modo stare con gli americani e vedere questo mondo che c’era intorno a loro, o cercare di vederlo con i loro occhi. Mettendo sullo stesso piano le vite degli americani con le vite private dei locali, avremmo forse rischiato di far passare un giudizio morale».
Soddisfatti della loro esperienza triestina – ed emozionati per essere stati inseriti nella sezione che ricorda il regista “delle zone di confine”, Corso SalaniJona e Cravero sono già al lavoro per il futuro, grintosi dopo la conclusione di questa prima fatica insieme, pronti per ricominciare tutto da capo verso la realizzazione di nuove idee.

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