VENEZIA 61 – "Three… Extremes", di Park Chan-wook, Takashi Miike, Fruit Chan (Mezzanotte)

Trittico giappo-cino-coreano orribilmente poetico. Tre autori che fanno impazzire gli amanti del genere. Nel primo episodio Dumplings, firmato da Fruit Chan (già a Venezia con la sua prima trilogia della prostituzione, Liulian piao piao) un'ex diva della televisione conosce la misteriosa Mei che le offre i suoi ravioli miracolosi. Panacea per ringiovanire e combattere le rughe di troppo. Basta badare solo al risultato e dare un morso alle prelibatezze ripiene di feti umani tritati. La fragranza sotto i denti amplifica i tagli trasversali sui volti e su mistiche misture culinarie. Le donne di Hong Kong rappresentano un nutrito esercito di consumatori di cosmetici. Profetizzante e agghiacciante: l'ultima droga del millennio per non rinnovarsi e regredire. L'orrore è torturare gli animali per testare i prodotti. L'orrore è lo sviluppo economico galoppante ed il ricco che vuole al suo fianco una donna liscia e morbida. Consumare placenta umana che già da tempo si usa nella medicina cinese. Se potesse garantire l'eterna giovinezza il cannibalismo rinascerebbe ovunque. Park Chan-wook (regista del bellissimo Oldeu Boi, vincitore del Gran Prix a Cannes 2004) con Cut ritorna sulla vendetta, tema assai caro. È un trasferimento del senso di colpa con una variante che racchiude il complesso processo di scelte che l'esistenza implica. Il diniego di tutto ciò in cui si crede non lascia nessuno al riparo da se stessi. Il protagonista è un regista di successo che un bel giorno tornando a casa trova uno sconosciuto ad attenderlo. È un suo figurante che non aveva mai notato. L'uomo vuole distruggergli la vita. Sequestra la moglie pianista e un bambino legandolo sul divano. Due sono le scelte: uccidere il bambino o guardare mentre taglia le dita della moglie seduta al piano. Park è senza dubbio uno degli autori asiatici tra i più amati sia dalla critica sia dal pubblico. Il suo è un cinema che concilia il genere alla ricerca estetica e scenografica. Quando le pareti del set vengono giù perchè diventa impossibile contenere la furia espressiva e claustrofobica del suo splatter-movie, ci si accorge di quanta energia scorra tra le pieghe riflesse degli sperimentalismi estremi. L'ultimo episodio è di Takashi Miike, Box. È un gioiello strutturale. La narrativa è sfalsata: si parte subito con un'alta tensione e poi fino in fondo lasciandoci cucinare a fuoco lento e inesorabile. Una romanziera di successo è bella ma soffre di solitudine. La sua vita è bloccata da un trauma risalente all'infanzia: a dieci anni provocò un incendio in cui la sorella gemella morì carbonizzata. Perseguitata dal ricordo, dedica il suo tempo alla ricerca della parte mancante. Un sogno placido ininterrotto, rifugio ultimo dove l'orrore si fa scudo di autori che non spacciano violenza ma spiegano gli effetti della propria merce.

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