VENEZIA 64 – "Staub" (Polvere), di Hartmut Bitomsky (Orizzonti)

staubHartmut Bitomsky realizza film dagli anni sessanta. Critico, tra i fondatori della rivista Filmkritik (insieme ad un altro cineasta, Harun Faroki), poco conosciuto qui in terra italica, Bitomsky è arrivato al Lido – il triste Lido veneziano – con un documentario che già dal titolo ha attirato la nostra attenzione: Staub (Polvere). Di Bitomsky vorremmo recuperare il film dedicato alla casa di produzione UFA (Die UFA, 1992), oppure il suo lavoro imperniato sui B-52 (2001). Nel 1995 ha realizzato un film sull’architettura immaginaria (Inaginäre Architektur). Insomma ce n’è a sufficienza per programmare una vera e propria retrospettiva. Per il momento, parliamo del film che ha presentato a Venezia. Una sorpresa. Film magnifico da cui traiamo alcune lezioni:
1)             una questione per gli amanti del linguaggio cinematografico: come si fa un primo piano su un granello di polvere? E un campo lungo? Staub ci fa capire che la questione del linguaggio cinematografico è un falso problema, o un problema mal posto. Un problema per chi considera il cinema solo un mezzo per raccontare le solite fiabe morali, formattate, costruite con lo stampino.
2)              Davanti a Staub, ci ricordiamo che il cinema, la macchina da presa, non è altro che un apparecchio di registrazione, di radiografia. E quello che registra non lascia scampo, funzionando come una sorta di reagente in grado di evidenziare buchi, lacune: una cattiva recitazione, una cattiva illuminazione, un’inquadratura mal riuscita (molto cinema italiano dunque). 
3)              Mentre alcuni riflettono sui bei tempi che furono, sulla crisi di linguaggio del cinema italiano, davanti al film di Bitomsky ci ricordiamo anche che la macchina da presa non era stata concepita per filmare la realtà, ma diversi suoi livelli. Per esempio – scientificamente – si era pensato che poteva essere interessante filmare, fissare su pellicola, ciò che all’occhio umano sfugge: ciò che è troppo piccolo, ciò che risultava impercettibile alla vista. Marey vi aveva dedicato ore preziose, così come Jean Painlevé (per fare due nomi).
 
In Staub assistiamo ad una carrellata che interessa diverse situazioni in cui la polvere la fa da protagonista: una casalinga ossessionata dalla pulizia, la polvere alzata da tornado, fissata su alcune fotografie d’epoca e quella che primeggia in The Wind di V. Sjoström (1928). La polvere che distrugge le vecchie pellicole cinematografiche, divorando le figure impressionate sull’emulsione, la polvere alzata da cave profonde, fissata su attrezzi, fabbriche abbandonate. Polvere ovunque, invisibile a spasso nell’aria. E poi gli ingrandimenti simili a quadri informali sui differenti agenti atmosferici sospesi e fluttuanti sopra Ground Zero dopo il crollo delle torri gemelle: impressionante. E le nuvole? E il cielo azzurro? Senza la polvere nell’atmosfera non sapremmo coglierli. Un’inquadratura sulle nuvole in cielo, dunque. Magnifica. Oppure le immagini al computer, via satellite, di masse pulviscolari in movimento dall’Africa. Sabbia del deserto, pioggia rossa. La polvere ha i suoi colori.

Mentre uno scienziato spiega il metodo utilizzato per fissare e analizzarla, ci viene da pensare a quella che fluttua nell’aria, invisibile, intorno a lui. Questo film, istruttivo, implacabile, a volte lirico, non ha nessuna chance di essere distribuito qui in Italia. Peccato.