VENEZIA 67 – Vénus noire di Abdellatif Kechiche: the Elephant Girl

  I am not an animal! I am a human being! I… am… a man!
[The Elephant Man, David Lynch, 1980] 

 

Sarà a Venezia 67 in concorso con il suo quarto film Abdellatif Kechiche (La schivata, Tutta colpa di Voltaire, Cous Cous, questi ultimi 2 già premiati alla Mostra).

Vénus noire, coprodotto da Lucky Red e MKV, scritto con Ghalya Laroix, già sceneggiatrice e montatrice de La Schivata, si ispira alla storia della sudafricana "Saartjie" Baartman – nome datole dai suoi padroni: era nata schiava – condotta in una in tournée dell'orrore nelle maggiori capitali europee con la promessa di una vita agiata, esposta come soggetto da studiare nei congressi scientifici e come fenomeno da baraccone nelle fiere delle maggiori capitali europee.
 

Siamo nell'800 dei lusus naturae, lo stesso in cui David Lynch ambienta il suo The Elephant Man, epoca di "freaks" come oggetto di comune intrattenimento, neppure lontanamente avvertito come orrendo razzismo: le esibizioni, perfettamente legittimate dalla scienza del tempo, mescolavano bestie esotiche a uomini, donne e bambini affetti da malattie, deformità o semplicemente appartententi ad etnie poco familiari.
 

 Prima di gridare allo scandalo, si pensi che non è un'epoca troppo lontana dalla nostra, come evidenzia Zoo Umani – Dalla venere ottentotta ai reality show, una interessante raccolta di saggi pubblicata per Ombre Corte, e come di recente dimostrava un grottesco varietà televisivo per famiglie basato sull'esibizione di "scherzi della natura"…

Popolani e bravi borghesi accorrevano a osservare, palpare e dileggiare la donna, oggetto oscenamente erotizzato, legata da una catena, costretta a quattro zampe e poi alla prostituzione, fino alla morte per sifilide e polmonite a soli 26 anni.La

Anche dopo la sua morte il suo corpo viene svilito: cervello e genitali vengono esposti come un esemplare grottesco al Musée de l’Homme di Parigi, per oltre un secolo e mezzo, fino al 1974. Finalmente nel 2002, anche per l'intervento di Nelson Mandela, dopo una infinita trattativa con la Francia i resti vengono seppelliti in Sudafrica.

 

Così Georges Cuvier nel 1817, di fronte a eminenti colleghi e uomini di scienza, presso l'Accademia Reale di Medicina di Parigi, descriveva la donna:

"I suoi movimenti avevano qualcosa di brusco e capriccioso che ricordava quelli delle scimmie. Soprattutto aveva un modo di sporgere le labbra che assomigliava in tutto e per tutto a quello che abbiamo avuto modo di osservare nell’orangotango.

La […] Il tratto più sgradevole della nostra Boscimana era la sua fisionomia: il suo viso richiamava in parte quello del negro, in parte quello del Mongolo […] Le sue natiche assomigliano in modo sorprendente alle escrescenze che spuntano sulle femmine dei mandrilli, e che in certe fasi della loro vita si sviluppano in modo mostruoso.

[…] Tutti questi caratteri, sebbene in maniera quasi impercettibile, accomunano le negre e le Boscimane alle femmine delle scimmie."

Il soprannome di Saartjie, "Venere ottentotta", era dispregiativo e aveva poco a che fare con la dea della bellezza e alludeva invece a una supposta inferiorità genetica, su cui Cuvier, zoologo e chirurgo di Napoleone, non nutriva dubbio alcuno…
 

In realtà molte delle caratteristiche fisiche di Saartjie, benchè particolarmente sviluppate, erano comuni nella sua etniaStatuina del neolitico - venere steatopigia (khoikhoi, tra le più antiche dell'africa australe) e ricordavano le statuine del neolitico, figure particolarmente opulente, forse per esaltarne la femminilità o alludere all'energia materna; forse erano anche le prime rappresentazioni di una patologia, la steatopigia, che rendeva ipertrofici i glutei e gli organi sessuali.
 

Come ricorda cinemafrica, la storia di "Saartjie" è stata già affrontata da due apprezzati documentari del regista di Drum, Zola Maseko: The Life and Times of Sarah Baartman (1998) e The Return of Sarah Baartman (2002). Oltre ad aver ispirato diverse rappresentazioni teatrali.

 
Oggi Kechiche ne fa un film di finzione interpretato tra gli altri da André Jacobs (Mandela and de Klerk, Invictus) Diana Stewart (La vie en rose) Jonathan Pienaar, Olivier Loustau e dall'indimenticabile Olivier Gourmet (La promessa e Rosetta per i Dardenne).
 

Abdellatif Kéchiche sul set di Vénus noireLa protagonista nei panni di Sawtche (questo era il suo vero nome) è l'esordiente Yahima Torres.
 

Come fu per Cous Cous, in cui Kechiche lanciò Hafsia Herzi, sorprendente attrice tunisino-algerina che da allora ha girato oltre 8 film, ci attendiamo una grande interpretazione dall'interprete emergente, che Kechiche ha scelto nel corso di un lungo casting riservato a "facce comuni, di tutti i giorni": un centinaio di comparse necessarie per dare un volto a tutti gli strati sociali del 19° secolo: carbonai, commesse, giocatori di bocce, militari, aristocratici in parrucca.