VENEZIA 68 – “Hail”, di Amiel Courtin-Wilson (Orizzonti)

HailAmiel Courtin-Wilson si candida a raccogliere difficili eredità, il suo film Hail, nella selezione di Orizzonti, costituisce, se fosse, oggi, ancora possibile sostenerlo, una novità nel solco di una tradizione. Hail rappresenta un esempio di cinema viscerale, necessario, salvifico e umanissimo.

Tratto dalla biografia del suo attore Daniel P. Jones, il film è una tappa del percorso che il regista, insieme al suo attore e ad altri detenuti ha compiuto lavorando sulle storie di queste persone. Questi elementi accrescono il valore dell’operazione e ci aiutano a entrare nel clima che il film ci offre in cui Danny, il protagonista percorre il suo lento e doloroso calvario che ha il sapore di una volontaria autodistruzione e di una incontenibile furia vendicatrice. Uscito di prigione Danny torna a casa da Lehanna. Nella sua condizione non trova facilmente lavoro, ma è il suo temperamento violento a giocare a suo sfavore. Quando tragicamente Lehanna morirà, il suo solo scopo sarà solo quello di vendicarla.

Amiel Courtin-Wilson pratica un cinema ruvido e diretto, lavorando con sapienza sull’immagine, nonostante la sua giovane età artistica. Con singolare abilità ne domina le prospettive e governa con mano sicura l’orchestrazione del crescendo narrativo attraverso tutti gli strumenti a sua disposizione. È proprio con questa forza espressiva che il film vive i suoi acuti, le sue dilatazioni infinite del tempo, l’ossessione narrativa che si fa esclusivamente cinema. Non va dimenticato che Hail vive anche grazie alle superlative prove d’attori di Daniel P. Jones e di Lehanne Letch.

Questo film proprio per quanto si è detto si fa erede e il suo autore con lui, di un pezzo importante della storia del cinema e di un cinema stesso che diventa sempre meno frequente vedere. Il discorso è lungo, ma i temi di questo cinema che pare debba essere dimenticato, vengono dritti dritti da una concezione antagonista della vita, quella stessa concezione che ha dato vita alle avanguardie letterarie più estreme e poi al cinema degli anni ’70 e via via discendendo lungo i decenni successivi. In questo senso il lavoro di Courtin-Wilson sembra un reperto ritrovato, che brilla di luce propria, come la storia dell’amore che racconta e della passione che conduce Danny al suo personale calvario.

Con la sua macchina da presa a mano, l’autore segue il suo personaggio come, e sempre più, se fosse in possesso di una lente di ingrandimento. L’intima corda di violenza che vibra in Danny è un uragano e le immagini di Courtin-Wilson si adattano restando intimamente connesse a questa furia, a questa biblica consumazione di se stesso. Si, davvero, le immagini di questo film sembrano consumarsi dentro se stesse, per la forza evocativa che a tratti riescono a raggiungere. Come in una sinfonia, il film cresce d’intensità emotiva e furore visionario al crescere del dolore di Danny per la scomparsa della sua compagna e al crescere del suo odio nei confronti del responsabile della sua morte.

Courtin-Wilson opera una non comune e non semplice fusione tra immagini e musica, dove la sua Hailmusica diventa ossessivo rumore interiore, urlo di dolore del protagonista, grido incessante che pare impedire e paralizzare l’azione. In questa teoria della sofferenza di cui Danny è protagonista e che Courtin-Wilson ci mostra senza timore e nella sua nudità più assoluta, si sedimenta il pregio di un film che pare tornare da un passato quasi lontano, come il suo protagonista, rinchiuso dentro una memoria che diventa lontana. Una singolare potenza creatrice ha guidato la mano di questo giovane regista australiano che speriamo si conservi nel futuro con il viatico della storia di Danny che ha saputo raccontare attraverso un cinema che ci ha fatto conoscere anche il male del momento creativo.