VENEZIA 70 – Con gli occhi chiusi: Lindsay Lohan, l’ultima diva possibile (3)

Colpisce e affascina l’accoppiata “raggelante” Schrader/Ellis, con questa rappresentazione dell’universo (così dannatamente vintage anni 80/90) di Bret Easton Ellis incuneata dentro le derive di un cinema “che non c’è più” (come le tante immagini di vecchi cinema in disuso che Schrader piazza qua e là nel film, per poi ritornarci sui titoli di coda). Quel mondo “yuppies” sembra sepolto da qualche parte, ma risale dalla tomba, come un incubo zombie. Un “Dead Cinema”, dove dal vuoto cosmico dei giovanotti borghesi degli anni Ottanta, passiamo con un salto nel buio alle dinamiche relazionali degli anni Dieci, dove gli amori si consumano davanti a uno schermo di un i-Phone, così come le comunicazioni a cena, con gli “sguardi connessi” altrove, nell’universo delle reti… james deen Lindsay Lohan the canyons paul schrader

 

Ma in tutto questo mondo finito, dove “Nessuno ha più una vita privata”, emerge lo sguardo dell’ultima vera star, corpo sfatto, rifatto, strafatto, viso precocemente imbolsito, insomma il magnetismo animale di Lindsay Lohan. Che da “ultima diva possibile” ha disertato all’ultimo momento il Lido, senza dare spiegazioni, per lasciare al mondo gossip/stampa tutte le possibili indiscrezioni immaginabili.

 

Il volto della Lohan sembra provenire da una sofferenza “di un altro mondo”, fa deflagrare le geometrie algide della scrittura di Ellis, e materializza nel suo corpo (“espanso”) da 27enne, tutte le ansie, le inquietudini, quel “morbo di vivere” che la fanno essere sempre al centro del caos (mediatico giudiziario o quel che volete) del mondo. (f.c.)