VENEZIA 70 – Figlio di un dio minore: “Child of God” di James Franco (Concorso)

Child of God Scott haze James FrancoCi vuole coraggio a scrivere un libro come “Child of God” di Cormac Mc Carthy, ma ci vuole coraggio e temerarietà, e un pizzico forse di follia, per decidere di adattarlo cinematograficamente. E James Franco, qui al suo terzo lungometraggio dopo l’essenziale Sam (visto due anni fa proprio a Venezia), e As I Lay Dying (che era a Cannes 2013) coraggio, temerarietà e forse di follia ne ha da vendere…

 

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Per raccontare una discesa agli inferi, ma anche – da non crederci! – una resurrezione. Letteralmente dalla terra, dove per sfuggire al mondo civile che lo voleva imprigionare, si era nascosto, nelle viscere del mondo, nelle caverne della Storia: Lester Ballard, il protagonista del film (interpretato da un animalesco Scott Haze), è un povero reietto, vissuto sempre ai margini della società, senza più una famiglia, un lavoro, una vita sociale, insomma. Scacciato da quella che credeva fosse la sua terra (o che forse un tempo lo era) vive vagando nei boschi, sempre con il suo fucile in mano. E lotta con una solitudine che non è certo di tipo esistenziale, ma concretamente sociale. E un po’ alla volta questo rifiuto della società si mostruosizza, sempre di più.  Fino a commettere i delitti più atroci. Ma Child of God pur mostrandoci tutta questa folle disumanizzazione, non si erge a giudice ma, al contrario, trova il mondo di permettersi una certa empatia con il personaggio. Possiamo imparare ad amare, come spettatori, un mostro? A fremere con lui, a disgustarci delle sue (cattive) azioni, ma contemporaneamente ad osservare questa sua spasmodica ricerca dell’altro, anche se fallimentare, totalmente fallimentare, al punto di trovare solo nei (corpi) morti quel gelido calore che la vita non gli ha riservato?

 

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Geme e urla Lester, e non è un serial killer di “default”. Semplicemente “trova” dei corpi morti, e si innamora di quello della ragazza. Cosa c’è di più tenero e romantico che innamorarsi di una morta?

Portarsela a casa, accudirla, comprarle persino un vestitino nuovo, rosso, come l’amore. Comunicare coi morti, nell’incapacità di riuscire a farlo con i vivi. Ma poi la goffaggine di questo personaggio, “un killer imbranato. Per metà Un-tranquillo-weekend-di- paura e per metà Charlot” (come lo definisce James Franco) farà bruciare i suoi sogni necrofili nella casa/baracca dove si era rifugiato, con il corpo/donna e la tigre e l’orso di peluche. Solo a quel punto la follia del killer diventerà seriale, riportando l’uomo nel mondo/incubo delle caverne.

 

Film disperato e nauseante, ma anche tenero e folle, dove il mondo perbene, delle brave persone della città, ci appare certo “giusto” ma contemporaneamente chiuso e sordo ad ogni diversità, devianza, frutto di un’umanità pronta a ricacciare nella bestialità chiunque non “segua il passo” della comunità.

Ma sono le musiche, quasi delle ballate tradizionali del Tennessee, dove il film è ambientato, a restituire a Child of God il suo statuto di film “altro”, non un puro horror o splatter movie su un serial killer, ma un nostalgico e goffo novello Frankestein, disperatamente mostruoso, costruito non dal geniale Dottore ma dalla chiusura della società civile. Quanto amore ci sta dentro un uomo, da cercarlo disperatamente nella morte, nei morti, fino agli ultimi anfratti di bestialità possibile? Nel finale Franco sembra discostarsi, in parte, dal romanzo, e l’uscita dalla terra sembra quasi una rinascita, un corpo zombie pronto a rialzarsi. I dannati della terra riemergono come un nuovo incubo sociale.

 

 

 

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