VENEZIA 70 – "Il salario della paura – Sorcerer", di William Friedkin (Venezia Classici)

sorcerer, william friedkin
La Mostra rende omaggio a William Friedkin con Il salario della paura, uno dei suoi titoli meno conosciuti e considerati dal grande pubblico: un film che oltrepassa i limiti imposti dagli elementi primordiali (l’acqua, la terra)  e diventa una sfida nei confronti della natura e del destino. Tra Herzog ed Apocalypse Now, la storia di un'impresa senza gloria. Un cinema che sfida la natura, e ne esce a testa alta

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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La Mostra rende omaggio a William Friedkin con Il salario della paura (Sorcerer), uno dei suoi titoli meno conosciuti e considerati dal grande pubblico (basti pensare che in Italia non esiste né in vhs né in dvd); un insuccesso commerciale ai tempi dell’uscita in sala che rischiò di compromettere la carriera del grande regista americano, allora appena reduce dagli enormi riconoscimenti internazionali ottenuti dai precedenti Il braccio violento della legge e L’esorcista. E Friedkin sembra voler ripartire proprio da quest’ultimo, aprendo il film sull’immagine del demone Pazuzu ritrovato da Max Von Sydow/Padre Merrin nel deserto dell’Iraq: come quel film, infatti, anche Il salario della paura comincia altrove, con una digressione che attraversa diversi continenti. Da Gerusalemme a Vera Cruz, passando per Parigi, tutta la prima parte è dedicata alle storie e alle vite dei suoi protagonisti, introducendo i loro volti e le loro gesta per poi catapultarli nell’inferno della giungla sudamericana. Loro sono un bancarottiere scappato da Parigi per evitare il carcere, un rapinatore in fuga, un terrorista e un cacciatore di nazisti; si ritroveranno uniti in un paese del Sud America, alle prese con un incarico impossibile: trasportare un pericoloso carico di esplosivo attraverso un impervio tragitto di oltre trecento chilometri. Da un classico  di Henry-George Clouzot (Vite vendute, 1953), alla cui memoria Friedkin dedica il film, un cinema che oltrepassa i limiti imposti dagli elementi primordiali – l’acqua, la terra –  e diventa una sfida nei confronti della natura e del destino: il motivo della spedizione suicida da parte del quartetto viene ben presto dimenticato, trasformando Il salario della paura in una delle avventure più sporche e ingloriose mai trasposte su pellicola.

 

Un film dove il fango e la pioggia impregnano le immagini fino all’inverosimile e, con loro, i suoi protagonisti, attraverso una ferocia e un’ immedesimazione fisica senza precedenti. Sembra quasi vedere l’ombra di un Herzog fare capolino tra le inquadrature: impossibile infatti non pensare ai personaggi del regista tedesco e alle loro imprese ai limiti dell’umano, come un Aguirre o un Fitcarraldo. Il film di Friedkin è la storia di un’impresa senza gloria, in cui non esiste catarsi o una qualsivoglia forma di liberazione; un viaggio nel cuore della giungla e del mondo (Apocalypse Now?) in cui non esiste altro che l’uomo a contatto con ciò che lo circonda. La macchina da presa affonda nella terra, si attacca ai volti e agli occhi degli indios e poi vola in alto, come gli avvoltoi perennemente in agguato sulle teste dei quattro avventurieri. Nessuno ha mai filmato così: basti pensare alla lunga, straordinaria sequenza dell’attraversamento del ponte, per rendersi conto che il cinema di questo immenso regista è esso stesso una sfida, un diventare un tutt’uno con la furia degli elementi, un atto di resistenza intrinsecamente umano. Un viaggio che raggiunge il capolinea in una landa rocciosa spettrale e meravigliosamente metafisica, a suggellare la conclusione di un’avventura che non recherà nessuna ricchezza o benessere, in un mondo dove gli interessi dei potenti (che poi sono il vero motore narrativo della storia) sono troppo grandi per poterli sopraffare, e in cui l’ennesima digressione del racconto si trasforma in beffa del destino. Il salario della paura è il cinema che sfida la natura, e ne esce a testa alta. Volti scavati e incredibili, vissuti fino al midollo, da cinema di altri tempi e impensabili nel mondo in CGI di oggi (Roy Scheider su tutti, ma anche Bruno Cremer e un grandissimo Francisco Rabal), musiche travolgenti dei Tangerine Dream e fotografia abissale di Dick Bush e John M. Stephens: tutti elementi indispensabili di un film enorme e da riscoprire.

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