#Venezia72 – Go with Me, di Daniel Alfredson

Presentato fuori concorso un noir anomalo e cupo diretto dallo scandinavo Daniel Alfredson e interpretato da Julia stiles, Anthony Hopkins e dal villain Ray Liotta

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Un villain di nome Blackway. Strada oscura. Proprio quella che improvvisamente si ritrova a dover percorrere la giovane Lillian (Julia Stiles), tornata a casa in un paesino di montagna dell’Oregon, dopo la morte della madre. Una location di montagna, gelida e grigia, come le persone che compongono questa strana comunità, dove tutti conoscono e temono questo demone di nome Blackway – un ex poliziotto senza scrupoli che ha le fattezze dannate e manieratissime di Ray Liotta. Tutti tranne Lester (Anthony Hopkins), un boscaiolo anziano senza famiglia – la figlia è morta alcuni anni prima – e il suo giovane e coraggioso aiutante. I due uomini raccolgono la richiesta d’aiuto della ragazza, molestata e spiata nel cuore della notte da questo boogey man.

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Il film parte da qui ed è tutto qui. Tre personaggi che si mettono alla caccia di un quarto, nell’arco narrativo di 24 ore. E i ruoli si capovolgono, perchè per una volta sono i buoni (ma siamo sicuri che sia così? qual è il passato che si cela dietro il volto stanco di Anthony Hopkins?) a dare la caccia al cattivo in quello che da subito si presenta come un viaggio anomalo di sola andata verso un regolamento di conti scontato, prevedibile, ma stranamente metafisico. Sotto la sua scorza di prodotto medio questo Go with Me ci sembra un’operazione senza dubbio inceppata, malfunzionante eppure cupa, con una sua anima. Sarà la sensibilità dello scandinavo Daniel Alfredson – fratello del più quotato Tomas e autore del secondo e terzo capitolo della trilogia svedese di Millennium – a suo agio nel filmare la natura e le fredde temperature di questo noir anomalo, o forse semplicemente la sensazione che oltre all’ossatura di un plot scarno ed essenziale come quello tratto da un libro di Castle Freeman Jr., si celano tanto possibili microstorie di perdita e di dolore che vengono sfiorate, quasi dimenticate ma lasciano comunque lo scarto di un altrove, di un possibile film alternativo che in effetti non vediamo ma che sentiamo sempre di avere a portata di mano nei 90′ di durata. Con un Hopkins quasi straniante, defilato, puramente accessorio e quindi funzionale nell’incarnare un certo tipo di resistenza spettrale e sonnanbulica.

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