VENEZIA 62 "The Brothers Grimm", di Terry Gilliam (Concorso)
Condizionato dalla sceneggiatura di Ehren Kruger e dalla tormentata lavorazione, la pellicola lascia emergere solo tracce del talento visivo di Gilliam. Per il resto condizionata dal suo impianto filosofico-fantastico dove anche le metamorfosi/visioni che appaiono soltanto la brutta copia di quelle della trilogia di "Il signore degli anelli".

Porta i segni della sofferenza l'ultimo lavoro di Terry Gilliam, il cui ultimo lavoro risale al 1998 quando presentò a Cannes Paura e delirio a Las Vegas. Le riprese stono state infatti alquanto tormentate. Tra le varie vicissitudini in quanto è licenziato il direttore della fotografia Nicola Pecorini e inoltre non si giungeva a una versione definitiva del montaggio. The Brothers Grimm, kolossal costato circa 80 milioni di dollari, vede protagonisti appunto I due celebri fratelli inventori di fiabe. Will (Matt Damon) appare quello più cinico mentre Jacob (Heath Ledger) quello più sognatore. Insieme, nella prima metà dell'Ottocento, girovagavano nelle campagne dell'era napoleonica raccogliendo e diffondendo fiabe, storie di pericoli e di misteri che ancora oggi terrorizzano i bambini con le quali raccoglievano denaro facile. Quando però vengono smascherati dalle autorità francesi, i due fratelli sono però costretti a lottare contro il vero di una foresta maledetta dove delle bambine scompaiono in modo misterioso.
Quindi l'opera di Gilliam entra dentro un universo fantasy illusionista come in Le avventure del barone di Munchausen e ricrea visivamente forme del mito come aveva fatto con il sacro Graal in La leggenda del Re Pescatore. In The Brothers Grimm prendono forma anche alcune delle fiabe dei celebri fratelli come "Cappuccetto Rosso", "Cenerentola", e "Hansel e Gretel", in un cinema sempre deformato (la scena del bosco che si anima) dove però restano solo tracce del talento di Gilliam. Ciò è visibile nella scena dell'uccisione del generale francese dove il rosso si espande sullo schermo o nell'immagine del volto della Principessa (interpretata da Monica Bellucci) che si frantuma dopo che si rompe lo specchio. Forse il film di Gilliam è come troppo bloccato nel suo impianto filosofico-fantastico, in una struttura dove il cinema fantastico si fonde con quello d'avventura, l'horror e la commedia e in uno spazio in cui si vuole far sentire, più che in altre opere, il peso della storia (l'epoca napoleonica, la tumultuosa Germania del XIX secolo). Anche nei film migliori del regista si aveva l'impressione di qualcosa di artificiale che ogni tanto frenava quel flusso visionario dirompente e quel senso di isolamento di pellicole come La leggenda del Re Pescatore e L'esercito delle 12 scimmie. In The Brother Grimm invece sono proprio questi artifici a prevalere, forse condizionati anche dalla scrittura dello sceneggiatore Ehren Kruger (lo stesso dei remake statunitensi di The Ring e The Ring 2), da metamorfosi/visioni che appaiono soltanto la brutta copia di quelle della trilogia di Il signore degli anelli e da un ritmo dove l'uso delle musiche, soprattutto nella scena del ballo, seguono quell'onda irrazionale del cinema di Kusturica. Stavolta il caos del cinema di Gilliam mantiene a troppa distanza e anche Heath Ledger e Matt Damon appaiono continuamente storditi. Accade questo molte volte ai progetti troppo inseguiti, troppo amati.
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