VENEZIA 64 - "The nanny diaries" di Robert Pulcini & Shari Sprinter Berman (Fuori concorso)
Il film di Pulcini & Berman, che pure avevano esplorato con attenzione il mondo del fumetto underground americano di Harvey Pekar e Robert Crumb in American Splendor (2003), si assesta definitivamente sulle generiche coordinate di una commedia che deve necessariamente assegnare anche all’apparentemente ribelle Annie un posto ben preciso, e in fondo desiderato, nella società: quello di “fidanzatina felice”.
Alla richiesta di descrivere se stessa durante un colloquio di lavoro, Annie (Scarlett Johansson), appena laureata, si rende conto di non conoscere e di non poter neppure ipotizzare quale sarà la sua collocazione in quel museo delle cere a cielo aperto che viene felicemente descritto a inizio film in una serie di caustici ritratti sul modello delle classificazioni scientifiche – grazie al pretesto della passione di Annie per l’antropologia – che indagano aspetto e abitudini di alcuni animali umani dei nostri tempi, in particolare scegliendo come campioni privilegiati alcune femmine della specie: facoltose mogli e madri newyorchesi che si dividono tra straordinarie performance corporee (bulimia, chirurgia plastica, sedute al centro estetico), sfiancanti escursioni dedicate allo shopping e occasionali conflitti coniugali, rigorosamente occultati con l’impegno di una professione, senza mai mancare all’ossessione per l’organizzazione di eventi benefici e alla spasmodica ricerca di una cosiddetta “tata”, termine che evoca profumo di torta di mele e attitudine generosa, ciò che permette loro in sostanza di iscrivere le donne che alleveranno, e a volte ameranno, i loro principini, in un quadretto rassicurante. Sarà il film stesso però a tradire questo ritratto – nonché quello assai giustificato delle perplessità ironiche che affiorano riguardo a una cultura che è in grado di “trasformare il biglietto da visita di un padre in una coperta di linus per suo figlio”; ben presto infatti le osservazioni del diario di Annie, tata per caso, e in qualche modo guidata dal sacro principio dell’antropologia per cui bisogna immergersi nella cultura da studiare senza però lasciarsene assorbire – vengono vanificate dal rapido scivolare della sceneggiatura in una vicenda che si dirige inesorabilmente verso una rapida e immotivata “redenzione” della sua datrice di lavoro (Laura Linney), madre assente e a sua volta ignorata dal marito (uno splendido Paul Giamatti dagli occhi acquosi che trasuda volgarità da ogni piccolo gesto, o meglio non-gesto, con cui esprime la passività di un uomo facoltoso che non partecipa neppure al suo stesso adulterio). I momenti chiave di allettante cattiveria si contraddicono completamente (con un mutamento che sembra una vera e propria alterazione biologica, una radicale crisi interiore dovuta soltanto alla ramanzina di una delle tante “tate”, del cui giudizio morale certamente le donne in questione non sembrano preoccuparsi fino a metà della pellicola); su tutti, il seminario di “risoluzione dei conflitti” in cui le baby sitter vengono allineate contro il muro come per una fucilazione di fronte alle loro datrici di lavoro, e invitate a esprimere un eventuale dissenso rispetto al loro lavoro: alla luce dell’interazione delle genitrici con i loro figli risulta davvero agghiacciante il sorriso di Laura Linney di fronte all’evocazione compiaciuta del suo ruolo di mamma: un sorriso che vorrebbe esprimere quel decantato miscuglio di sacrificio (sic) e amore che apparterebbe di diritto all’esperienza della maternità.Il film di Pulcini & Berman, che pure avevano esplorato con attenzione il mondo del fumetto underground americano di Harvey Pekar e Robert Crumb in American Splendor (2003), si assesta definitivamente sulle generiche coordinate di una commedia che deve necessariamente assegnare anche all’apparentemente ribelle Annie un posto ben preciso, e in fondo desiderato, nella società: quello di “fidanzatina felice” (la love story con il ragazzo di Harvard, ricco ma sensibile a causa, guarda caso, dell’assenza materna), finendo per non poter soddisfare, nell'ottica del "film per famiglie" che divente, le famiglie stesse, che contemporaneamente compiace e critica.
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