VENEZIA 64 - "Nacido sin", di Eva Norvind (Giornate degli autori)
Il documentario di Eva Norvind è il ritratto della vita di Josè Flores, un non-freak, un nano messicano nato senza braccia, che in barba all’aspetto fisico è riuscito a farsi una vita apparentemente normale.
Nacido sin, documentario di Eva Norvind (morta un anno fa) su Josè Flores, un nano messicano nato senza braccia, da il suo meglio quando tiene fede al suo titolo. Cioè quando si concentra su quel “senza” e si mostra come la cronaca di una mancanza, di una privazione. Nella prima parte, infatti, la regista riesce a creare una bella atmosfera attorno al suo freak protagonista, seguendolo in giro per il Messico nelle numerosissime fiere dove egli sbarca il lunario suonando l’armonica con la bocca e uno strano strumento di legno con i piedi, le uniche applicazioni del suo corpo delle quali ha il pieno controllo. Corride, luna park scalcinati, arene polverose dove si assiste e si scommette al combattimento dei galli: sono questi i posti, abbastanza malfamati, che accettano la sua presenza. Invece, Josè viene sempre cacciato dalla fiera di Leon, la più grande e affollata di tutto il Messico, e mandato via dalla security come se fosse un elemento di deturpamento ambientale, una involontaria violenza al pubblico presente. Se la scelta di mettere la macchina da presa sempre all’altezza del protagonista appare ovvia in un caso del genere, questa ricostruzione della sua vita professionale, assieme a tutto il corollario di “colleghi”, è molto felice nei suoi tratti grotteschi, anche per merito di una colonna sonora che, per tutto il film, sceglie pezzi tratti dal repertorio fieristico messicano. Meno interessante è invece la storia della sua vita privata, anche perché pur avendone l’aspetto, Josè non fa la classica vita del freak: naturalmente simpatico ed animato da un incrollabile voglia di vivere, non è né un vagabondo né un solitario, ed è anzi sposato con una cugina e ha sei figli. Questo favorisce anche l’inserimento di una nota di tensione narrativa scatenata da un evento reale: la donna aspetta il settimo pargolo, e il parto potrebbe costarle la vita. Anche qui non mancano elementi sgradevoli, come la baracche di Città del Messico in cui vive la sua famiglia, la cecità della sorella e la menomazione di altri suoi parenti, il bagno con la moglie, con cui comunque sembra avere un rapporto quasi morboso, ma effettivamente, per essere fedele alla giovialità del suo protagonista, Nacido sin perde gran parte dell’atmosfera malata e disturbante che aveva all’inizio. Anzi, nelle numerose interviste sulla sua infanzia, sull’accettazione e sulla sopportazione dell’handicap, sulla sua famiglia e sui suoi genitori, non mancano scivoloni patetici, e a poco serve la descrizione di Josè come un inguaribile donnaiolo. Paradossalmente, il documentario della Ervind perde le sue qualità e il suo fascino proprio nel momento in cui si imbatte nel proposito, comunque eticamente apprezzabile, di presentare il suo protagonista come una persona normale.
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