VENEZIA 64 - "Sukiyaki Western Django" di Miike Takashi (Concorso)

Miike attraversa i generi, li decontestualizza e li ricompone, portando all’estremo la stilizzazione. Nelle situazioni e nella tipizzazione dei personaggi aggiunge (o toglie) in astrazione. Un’ironia dissacrante e destabilizzante, che forse manca di una dimensione drammatica profonda. Come se l’aspetto umano si perdesse nella tessitura intellettuale e teorica dell’operazione

 

 

 

La chiusura del cerchio. I padri dello spaghetti western, Enzo Barboni, Leone, lo stesso Corbucci, all’epoca presero spunto dai film di samurai “alla Kurosawa”, per rileggere in maniera originale le strutture e i temi del genere cinematografico per eccellenza. Ora il celebrato Miike Takashi ritorna al nostro western riportandolo alle origini, in Giappone, e compiendo definitivo un ideale percorso d’influssi e ispirazioni. L’omaggio, esplicito già nel titolo, è a Django di Sergio Corbucci, film del 1965 sulle avventure di un misterioso uomo con una bara al seguito. La trama di Miike è fedele al modello. Un misterioso uomo compare in una cittadina di montagna, dove sembra sia nascosto un tesoro favoloso. Nella città, però, infuria la guerra tra la famiglia dei “rossi”, gli Heike, capeggiati da Kiyomori, e i bianchi, il clan dei Genji guidati dal temuto Yoshitsune. Una rivalità che risale alla battaglia di Dannoura, avvenuta centinaia d’anni prima. Le due fazioni si contendono i servigi del pistolero misterioso, che però preferisce far parte a sé, anche perché attratto dalla bellezza e dalla storia di una donna infelice, costretta a prostituirsi. Miike attraversa i generi, li decontestualizza e li ricompone, collega la storia di Django a la guerra dei York e dei Lancaster e alla tragedia di Shakespeare, mescola elementi del chambara (il film di samurai), della cultura pop nipponica e degli anime, strizza l’occhio alla rilettura metacinematografica del West di Leone. Un pastiche alla Tarantino (che, non a caso, qui compare nel ruolo di Piringo), rispetto al quale, però, Miike porta all’estremo la stilizzazione. Scenografie che denunciano palesemente la loro falsità, una fotografia acida, virata in giallo e in verde, un dominio di bianchi e rossi in consonanza simbolica con la storia. Miike, in linea con il suo cinema e con la tradizione giapponese, aggiunge (o toglie) in astrazione, riducendo gli elementi al loro puro nucleo ideale. E spinge oltre sulla tipizzazione dei personaggi, già tipica dello spaghetti western. I cadaveri con il volto rigato di sangue sono maschere da teatro giapponese, marionette spogliate della loro umanità e in balia delle volontà del destino (narratore). Su tutto un’ironia dissacrante, che si traduce in soluzioni visive che provano a destabilizzare i canoni e in situazioni che nascondono dietro alla risata un intento significante: lo sceriffo schizofrenico e disarticolato figura di una legge impazzita e dell’anarchia di un’epoca. Quello che, forse, manca al film è la dimensione drammatica profonda. Miike a tratti punta alla tragedia, ma rimane distante dalla malinconia sotterranea dell’ultimo Tarantino. Come se la dimensione umana dei rapporti si perdesse nella portata teorica dell’operazione. Ecco, avremmo voluto scrivere queste righe più col cuore che con la testa. Ma Miike non ce l’ha permesso, ci ha negato questa gioia. 

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