VENEZIA 67 – “Vallanzasca, gli angeli del male” di Michele Placido (Fuori Concorso)
Vallanzasca è un cinema fatto di materia, di corpi feriti, colpiti a morte, persino spappolati dall’auto che gli passa sopra fino a sentirne lo scricchiolio delle ossa che si rompono. E’ una furia umana che sembra avvolgere ogni cosa, ogni momento, ogni situazione. C’è sempre il sangue che scorre a fiumi, la violenza che genera violenza, ma dentro il grande contenitore d’impianto cinematografico Doc. Placido realizza il suo “Nemico pubblico”, cinema spettacolare/emozionale che ci racconta come potrebbe essere il cinema italiano…
“Oggi sembra che Vallanzasca rappresenti ancora il pericolo pubblico numero uno…”, così ha esordito, ironicamente, Michele Placido nella conferenza stampa della Mostra del Cinema, riferendosi alle polemiche che il suo film sul famoso criminale degli Anni Settanta, Renato Vallanzasca, aveva scatenato sui media nazionali. Questa volta, insomma, nessuna sfuriata del cineasta di Ascoli Satriano contro la nostra stampa, ma gioco d’anticipo, attaccando subito sul territorio delicato del “rispetto delle vittime”, e poi niente film Rai (né Medusa) e niente Concorso… Insomma, che volete di più? Ma non basta, non basta mai. Perché le domande arrivano lo stesso, guai, in Italia, chi si permette di fare, davvero, Cinema. Operazione disperata, perché l’ipocrisia (e l’ignoranza di come funziona la narrazione cinematografica), rende accettabili solo “modelli positivi”, perché siamo ancorati – lo è la stampa e l’establishment politico/casta – all’idea, vecchia già nel dopoguerra, del cinema che deve “formare”, ed educare gli italiani. E infatti “forma”, come la tv dagli Anni Ottanta, l’Ipocrisia NazionalCulturale, quella che permette di far si che un cinema forte, politico ed emozionale, di impatto visivo e sonoro avvolgente e coinvolgente, insomma Quel Cinema, che però senza pudore arraffiamo dagli americani, da noi no, non si può fare. Vien da pensare ancora ad un diktat da Piano Marshall, ma siamo in epoca troppo lontana, e allora non ci resta che pensare all’imbecillità delle classi dirigenti e dei manipolatori dell’informazione. Non si può fare un cinema spettacolare e d’immaginario qui da noi, per questo per farlo, bene, sul bandito Giuliano è dovuto arrivare il genio (incompreso) di Michael Cimino. Perché il cinema vero, bello, emozionante, che esplode nelle viscere lo spettatore, da sempre lo si fa con i cattivi. Con i magnifici cattivi. Quelli sfaccettati, quelli che hanno un loro codice etico e che si distinguono da altri cattivi che invece, di etico, non hanno nulla. E’ la lezione del cinema hollywoodiano di sempre, e oggi che finalmente, dopo Romanzo criminale – che ha trascinato la “coda lunga” anche nella serie tv – abbiamo cineasti in grado di giocare sul terreno dell’immaginario nazionale con le armi del cinema pop, ecco che ci spaventiamo. E invece dovremmo restare ad occhi e bocca aperti. Perchè con Vallanzasca Michele Placido, e Kim Rossi Stuart di fatto coautore del film, realizzano il nostro “Nemico pubblico”, solo che qui non siamo nell’America degli Anni Trenta ma nell’Italia degli Anni Settanta, e più vicini ai poliziotteschi di quegli anni che al cinema civile che tanti vorrebbero ancora resuscitare (e lì a beccarci i film “di sinistra” che ci spiegano il mondo e come è ridotta, poveretta, la nostra Italia: grazie, lo sapevamo…che noia).
Vallanzasca è giovane, bello, e vuol godersi la vita (proprio come l’eroe del film di Michael Mann). Entra ed esce dal carcere in continuazione, la stampa ne fa una star e il suo fascino cattura il pubblico femminile. Non è Johnny Depp ma è Kim Rossi Stuart, che regge il confronto. Solo che Placido non è Michael Mann, e lo sa, e scaraventa sullo schermo tutta la sua esperienza cinematografica, maturata proprio in quegli Anni Settanta, sia come attore, poi regista, ma anche, crediamo, come attento spettatore/consumatore di cinema. Perché visivamente il film sembra molto ispirarsi al poliziottesco all’italiana, con quella forza quasi “naturalistica” dell’azione, degli inseguimenti stile stuntman pre-digitale, e dobbiamo riconsocere che un’inseguimento bello come quello che Vallanzasca fa al suo rivale Turatello (Francesco Scianna), in galleria, non lo vedevamo da I padroni della notte, ma stiamo parlando di James Gray, signori, uno dei più grandi cineasti viventi… Ma Vallanzasca è, soprattutto, un cinema fatto di materia, di corpi feriti, colpiti a morte, persino – ed è l’unico momento in cui l’eroe piange in tutto il film, - spappolati dall’auto che gli passa sopra fino a sentirne lo scricchiolio delle ossa che si rompono (omaggio, indiretto, all’omicidio di Pasolini?). E’ una furia umana che sembra avvolgere ogni cosa, ogni momento, ogni situazione. C’è sempre il sangue che scorre a fiumi, la violenza che genera violenza, ma dentro il grande contenitore Placidiano d’impianto cinematografico Doc (e le citazioni forti: i secondini picchiano forte Vallazasca in prigione, lui sanguinante si rialza sorridente, urlando “mio padre mena più forte”… ricordate Marlon Brando ne Il selvaggio?). C’è l’azione, della rapina continua, della fuga continua, il sesso, le droghe che arrivano a svalvolare i suoi compari (un Filippo Timi da “miglior attore non protagonista” del Festival, già un flash luminoso in The American), e la famiglia, creata, sgretolata e vista scorrere davanti agli occhi, in una delle scene più intense e commoventi del film. La moglie Consuelo (Valeria Solarino), è con il figlio e con l’uomo, un imprenditore qualunque, che gli sta facendo vivere una “vita normale”. Vallanzasca li segue, li vede, sta per uscire dalla macchina e intervenire, ma qualcosa lo trattiene. E resta lì ad osservara la sua famiglia che ora è la famiglia di un altro, che vive una vita possibile, un’altra vita, non la sua. Sono attimi di puro cinema da brividi, stile Carlitos’ way, ma che se li gira un cineasta italiano non li scorgiamo, chissà perché. E infatti alla critica Placido non piace. Pazienza, sopravviveremo. Ma se il cinema italiano fosse davvero come il cinema di Michele Placido, forse avremmo un altro “immaginario collettivo”…chissà… Presi dalla visione, da questo cinema di pancia e cuore, non riuscivamo a capire come mai non avevamo mai notato questa attrice italiana così straordianriamente bella quanto straordinariamente brava che interpreta la “sorella” Antonella: poi scopriamo che è Paz Vega. Con lei si può solo fare cinema, che altro?...
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felice che tu sia stato favorevolmente impressionato come me...e come me "starnito" da alcuni interventi in conferenza stampa....ciao giampaolo
Inviato da jumpy il 09/09/2010 -
Grazie della segnalazione, la corsa continua nei Festival genera sempre una percentuale di errori più alta della media... Ma Filippo Timi non lo merita!
Inviato da Federico Chiacchiari il 09/09/2010 -
In un lapsus hai scritto Fabrizio Timi.
Per il resto condivido in pieno l'odiosa abitudine italiana di ridurre il cinema a educazione.
Il film lo aspetto con ansia.
Inviato da Giuseppello il 08/09/2010
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