"Il discorso del Re", di Tom Hooper
Una barcata di nomination all'Oscar per quest'esemplare di un cinema inglese che mette in gioco tutta la sua pomposità quando si veste in costume. Un ritorno della restaurazione che piace tanto ai parrucconi, una vicenda reale pronta per una rappresentazione teatrale, con Giorgio VI che esce per un attimo dal quadro polveroso dov'è relegato per poi ritornarci. Colin Firth è bravo ma qui è ostaggio della sua tecnica. Per filmare la parola, il rapporto di come la voce muove il corpo, forse Hooper dovrebbe riguardarsi 8 Mile con Eminem
Il corpo e la voce. Gioca spesso su questo dis/equilibrio Il discorso del re, già dichiaratamente dal titolo un 'cinema di parola' che porta sullo schermo la vera storia di Re Giorgio VI, salito al trono dopo l'abdicazione del fratello Edoardo VIII. Lui però si considera inadatto a guidare il Paese, in quel periodo vicino alla guerra e alla ricerca di un leader. La moglie Elisabetta, futura Regina madre, gli organizza così un incontro con il logopedista Lionel Logue. I due hanno un inizio difficile, poi però il loro legame diventa indissolubile. Teoricamente ci poteva essere un interessante lavoro proprio sulla posizione dell'attore e il suo rapporto col testo scritto, in questo caso i discorsi preparati per il protagonista. Ma Il discorso del Re invece sottolinea il gesto, amplifica il movimento, all'interno di uno spazio guardato come teatrale in cui la vicenda reale si porta non solo dietro tutti i segni della ricostruzione ma sembra essere pronta per un'esibita rappresentazione sul palcoscenico in cui si mettono in gioco le prove degli attori, come nei duelli e nella complicità tra Colin Firth e Geoffrey Rush. Peccato però che la loro interazione impallidisca rispetto a quella molto più vibrante in Frost/Nixon. Il duello di Ron Howard. E proprio uno dei due protagonisti di quel film, Michael Sheen, era stato diretto da Hooper in Il maledetto United, pellicola inedita in sala da noi e uscita solo in dvd: altro frammento biografico sull'allenatore di calcio Brian Clough che all'inizio degli anni '70 rimase solo 44 giorni alla guida del Leeds United ma poi è entrato nella leggenda vincendo 2 Coppe dei Campioni con il Nottingham Forest. Lì Hooper era riuscito ad uscire dal Mito a a far rivivere e respirare autenticamente il suo personaggio. Qui invece è come se lo riportasse in vita e lo rianimasse solo per un istante per poi relegarlo nel quadro polveroso da dove è uscito. Una delle tendenze più fastidiose del cinema inglese è quando si vuole mettere il costume per mostrare la sua Storia e la sua tradizione, ma lo fa come se all'esterno non ci fosse nulla. Della guerra si sentono infatti pallidi echi. Forse in Il discorso del Re manca uno sceneggiatore come Peter Morgan (quello di Hereafter dell'ultimo Eastwood ma anche di The Queen) per renderlo meno pomposo.
Questo invece è un film tutto di tecnica, come se lo spettro di Laurence Olivier fosse per un attimo passato di qui per ridare forma a un cinema della restaurazione. Quello che piace tanto ai parrucconi, a cui basta vedere gli esercizi fisici con il dondolio del corpo o quelli della voce in cui il discorso si confonde col canto per creare ritmo ed equilibrio, o magari ascoltare Beethoven per stropicciarsi gli occhi e gridare al capolavoro. A rinforzare le loro tesi ci sono poi la barcata di nomination all'Oscar: miglior film, regia, Firth come attore protagonista, Rush come non protagonista ed Helena Bonham Carter come attrice non protagonista, sceneggiatura originale, fotografia, colonna sonora, montaggio, scenografia, costumi e missaggio sonoro. Per filmare la parola però c'è bisogno di un altra spinta, quella che per esempio aveva Curtis Hanson con Eminem nell'ottimo 8 Mile, lì davvero colonna sonora, musica per una figura che danzava d'istinto e non era mossa come una marionetta come Colin Firth, attore molto bravo ma celebrato nei film sbagliati come in A Single Man. Assistito qui da un Geoffrey Rush sempre più insopportabile nel voler rubare la scena e da Helena Bonham Carter, mostrata spesso come un mobilio d'arredo. In più non può mancare la caricatura di Winston Churchill di Timothy Spall che sarebbe stata almeno divertente se fosse uscita da Una notte al museo. All'inizio, prima di diventare Giorgio VI, nel discorso allo stadio, il protagonista ha un unico sussulto. Ma viene lasciato subito lì, solo, mostrato come fenomeno da baraccone. Una specie di 'elephant man' senza però un briciolo dell'amore di David Lynch.
Titolo originale: The King's Speech
Regia: Tom Holland
Interpreti: Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Jennifer Ehle, Derek Jacobi, Michael Gambon, Timothy Spall
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 111'
Origine: Gran Bretagna/Australia, 2010
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Bravo! Così si tratta questo cinema da media borghesia progressista. E speriamo che i parrucconi degli Oscar non gli diano troppi premi. Social Network forever!!!
Inviato da Dina M il 02/02/2011
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