Un corpo da reato
Liv Tyler è definitivamente cresciuta ed è diventata “cattiva”. In Un corpo da reato (titolo che come al solito viene re-interpretato dalla casa di produzione. Ma quando finirà questa brutta abitudine?) la sua sensualità e la sua carica di erotismo, fanno perdere la testa a chiunque le passi intorno. E’ lei infatti il perno attorno al quale ruotano le storie degli uomini che si innamorano di questa “venere”, talmente ingenua e romantica ma anche così perfida e diabolica da diventare l’unica artefice di un gioco piacevolmente complesso e pericoloso per gli altri. Perché è solo lei a reggere il gioco, moderna “femme fatale” che conosce e vive la sua femminilità per inseguire il suo pur banale sogno (una bella casa arredata) e non intende fermarsi davanti a nessuno pur di riuscirci. E’ lei a condurre la partita, quell’interminabile gioco di seduzione, di ammiccammenti, di sguardi languidi, di gesti (rappresentati come rituali, come scene cult nell’immaginario collettivo come nel lavaggio dell’autovettura o quando apre la bottiglia di birra senza dover usare l’apribottiglia, in cui il ralenti della macchina da presa, l’acqua, i colori rimandano a una ben più esplicita valenza sessuale) che si fissano nella memoria del cinema (e nel cinema della memoria).
E gli uomini, i bravi cittadini, con le loro fantasie, con le loro repressioni, con le loro divise, con le loro maschere diventano vittime di questa donna semplice e complessa, “facile” e irraggiungibile che vive nella loro mente e diventa la loro imprendibile magnifica ossessione. Randy (Matt Dillon), barista sfortunato, l’avvocato Carl (Paul Reiser) e il poliziotto Dehling (John Goodman) a turno la raccontano, la plasmano, la interpretano secondo i loro desideri.
La commedia si tinge di nero, ma il sangue e la violenza, il desiderio di potere e il cinismo si trasformano in simboli di un mondo dove esiste solo lei, Jewel. rappresentazione di tutto ciò che l’uomo avrebbe voluto avere (e vedere) della donna e non ha mai avuto il coraggio, la pazienza o semplicemente la voglia di penetrare nel suo universo. E nella sparatoria finale, in un insolito duello finale a ritmo di YMCA dei Village People si compie il destino di Jewel quando incontra Mr Burmeister, interpretato da un irriconoscibile Michael Douglas, il killer che gioca al bingo. Mentre la “nuova” coppia si allontana verso un futuro migliore e i sopravvissuti alla sparatoria si leccano le proprie ferite e tentano di tornare alla loro vita normale rimane la sensazione di essersi risvegliati da un sogno che ci ha fatto sorridere, ma che ha lasciato un’inquietante sensazione di spaesamento.
Titolo originale: One Night at McCool’s
Regia: Harald Zwart
Sceneggiatura: Stan Seidel
Fotografia: Karl Walter Lindenlaub
Montaggio: Bruce Cannon
Musica: Marc Shaiman
Scenografia: Jon Gary Steele
Costumi: Ellem Mirojnick
Interpreti: Liv Tyler (Jewel), Matt Dillon (Randy), Paul Reiser (Carl), John Goodman (detective Dehling), Michael Douglas (Mr. Burmesteir), Reba McEntire (Dottoressa Green), Richard Jenkins (padre Jimmy), Andrew Dice Clay (Utah/Elmo), Tim De Zarn (detective Ertagian), Leo Rossi (Joey Dinardo), Andrea Bendewald, (Karen), Ric Sarabia (poliziotto al bar), Anthony Winsick (Ethan), Eric Schaeffer (Greg Spradling
Produzione: Michael Douglas, Allison Lyon Segan per Further Films/October Films
Distribuzione: Medusa
Durata: 93’
Origine: Usa, 2001
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