La stanza del figlio

Moretti ci è caro proprio perché sfida sempre la possibilità di raccontare l'indicibile, quei sentimenti e quelle emozioni d'una colorazione non nota ma che pure ci appartiene.

Il cinema di Nanni Moretti è stato sempre caratterizzato dalla perfetta e consapevole messa in scena di antistrutture: il suo piacere finisce col coincidere con il linguaggio - nessuna narrazione lineare, scarsa attenzione all'oggetto filmico in quanto tale (luci, movimenti di macchina, inquadrature, ambienti…). L'attenzione si concentra sullo spazio narrativo, sulla possibilità di raccontare utilizzando, contemporaneamente, piani discorsivi diversi (quello morale, quello religioso, quello sociale, quello intimo…). Cinema emozionale, il suo. Ricchissimo d'amore per il cinema, pochissimo disposto a concedere, alla critica, spazi per sistematizzazioni tematiche, per analisi da laboratorio. Cinema della complessità che rifugge qualsiasi banalizzazione del reale, qualsiasi semplificazione. Nessun esercizio di stile - tantissima anima ficcata dentro un esile corpo.

La stanza del figlio mantiene la stessa prospettiva ma immagazzina più storia, più struttura drammatica. E' un film "riassumibile", che ha una "trama", cioè un percorso, una tessitura con un filo rosso che ha uno svolgimento, una strategia. Per questo rimaniamo, per un po', spiazzati quasi come se avessimo perso, ad un tratto, un legame che ci univa al Moretti precedente, quello che non temeva di mettere in scena brandelli di trama, logorroiche gite in vespa, dolorosi ed esilaranti rapporti con i medici - un cinema, insomma, tutto giocato sulla prima persona, un io dilagante che non temeva di mettersi in mostra, di rendere visibile la propria presenza.

Eppure, anche in quest'ultimo film, Moretti viene meno alle strategie del narrato, vira bruscamente nel lungo finale anche se, durante tutto il film, piange troppo e si dispera e fa un uso troppo poco calibrato di certi simbolismi che poco hanno a che vedere con un animo violentemente asistematico e piacevolmente incoerente come il suo.
Moretti ricompare nel punto in cui la storia si perde, nelle situazioni in cui il dolore si tramuta in qualcos'altro, molto più complesso: Moretti ci è caro proprio perché sfida sempre, nel suo cinema, la possibilità di raccontare l'indicibile, quei sentimenti e quelle emozioni d'una colorazione non nota ma che pure ci appartiene. A dispetto della semplificazione di tanti registi nostrani (si pensi al caso Muccino, tipica espressione di un'incapacità della nostra critica a vedere: il suo film dovrebbe essere il manifesto d'una generazione veramente stupida che, per fortuna, non è mai esistita) Moretti resta tra i pochi a narrare le incongruenze del nostro tempo, le antistorie del nostro sentire. Il suo è un cinema di ricerca, con pochissime certezze, fuori dalle regole drammaturgiche. I sistemi che crea debbono narrare dell'altro. Questa volta è una piccola storia a segnare la strada. Va bene lo stesso.

Regia: Nanni Moretti
Sceneggiatura: Linda Ferri, Nanni Moretti, Heidrun Schleef
Fotografia: Giuseppe Lanci
Montaggio: Esmeralda Calabria
Musica: Nicola Piovani
Scenografia: Giancarlo Basili
Costumi: Maria Rita Barbera
Interpreti: Nanni Moretti (Giovanni), Laura Morante (Paola), Jasmine Trinca (Irene), Giuseppe Sanfelice (Andrea), Silvio Orlando (Oscar), Claudia Della Seta (Raffaella), Stefano Accorsi (Tommaso), Stefano Abbati, Toni Bertorelli, Dario Cantarelli, Eleonora Danco, Luisa De Santis (gli altri pazienti), Sofia Vigliar (Arianna), Alessandro Infusini (Matteo), Roberto Nobile (prete), Paolo De Vita (padre di Luciano), Roberto De Francesco (commesso negozio dischi), Claudio Santamaria (commesso negozio sub)
Produzione: Angelo Barbagallo, Nanni Moretti per Sacher Film. Una coproduzione Bac Films/Studio Canal+. In collaborazione con RAI Cinema/Tele+
Distribuzione: Sacher
Durata: 99’
Origine: Italia, 2001
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