4:44 – Jay-Z, i manifesti d’accusa e la difesa della blackness

Privato=Pubblico=Politico

L’ultimo album di Beyoncé Knowles, Lemonade, era un chiaro atto di accusa nei confronti del marito e magnate Jay-Z. L’artista, già a partire dal monologo iniziale del singolo Hold Up, per poi rincarare la dose in Pray You Catch Me, rivelava i ripetuti tradimenti del coniuge e i suoi tentativi di rinascita anzitutto come donna e poi come madre della piccola Blue Ivy. Sembrava che le atmosfere febbrili di Crazy in Love, Dejà Vu e il più recente Drunk in love (We be all night…Love) fossero implose senza lasciare traccia, se non nella personalissima invettiva musicale di B. Due settimane fa la coppia annuncia la nascita dei due gemelli (Sir e Rumi Carter) e quasi a coronare l’incipt di una favola, Jay Z pubblica il nuovo album: 4:44, già disco di platino. Un MEA CULPA in grande stile, ricco di dettagli sulle scappatelle (Becky è il nome che raggruppa o semplicemente indica l’oggetto dell’adulterio), sulla lontananza della moglie durante il tour, ecc. Una telefonata, una mail, o meglio, un messaggio su whatsapp che riversa l’elitarismo della nostra epoca su un tabloid satellitare e, quindi, in mondovisione. Non vale la pena chiedersi il motivo, visto che le ultime operazioni del duo sono sempre tese ad inglobare fan e non in un gigantesco gruppo social, una piattaforma in cui loro amministrano e chiunque è invitato a lasciare emoticon, commenti e magari sentenze, prima a favore dell’uno e poi dell’altro. Aprirsi, quasi chirurgicamente, all’avanzata giacobina del web 2.0, un fronte, questo, che non reclama teste ma un incursione 24/7 nella vita del personaggio pubblico (difficile non richiamare la distopia di Eggers, The Circle) necessita la cura eccezionale di due sovrani. E in effetti, volendo stare al gioco della massa in giubilo che brama il reality senza campanella, i coniugi hanno fatto della loro musica, delle loro apparizioni e della loro stessa famiglia uno stendardo, una marcia trionfale dove il privato perde qualsiasi valore se non associato alla vocazione politica.

Il rap autoanalitico

Il testamento di scuse avanzato da Jigga non si concede sconti (Look. I apologize oftenCelebrities Attend The New Jersey Nets v New York Knicks Game - February 20, 2012 womanize/ Took for my child to be born See through a woman’s eyes/Took for these natural twins to believe in miracles/Took me too long for this song I don’t deserve you).Ma, come dicevamo, 4:44 non può essere un semplice discorsetto post nottatataccia sul divano. Shawn Carter, alias Jay-Z, è forse l’unico rapper che alla soglia dei 50 (per l’esattezza 47) riesce a invertire le rotte di tendenza; un album abbastanza classico musicalmente, eppure il singolo iniziale, Kill Jay-Z, mette una croce, assassina per l’appunto, lo spacciatore, il donnaiolo, il gradasso avviluppato in mille catene inutili. Inutili, oggi. Superato il decennio Tupac, o quello Eminem e G-Unit, come riempire i beat (chapeau alla grandezza del produttore No I.D.) se non con la centralità della parola? Carter sembra tornato un alunno delle elementari. Seduto pazientemente al suo banco, compita zelante ogni parola e a questo non solo attribuisce il significato canonico ma anche, e soprattutto, il proprio. Era da tempo che non si ascoltava un’accuratezza lessicale tanto vasta. Soppesare i termini come se dopo l’uso finissero in un inceneritore. Inoltre, c’è la gallina dalle uova d’oro di Mr. Drake: The insightful rap, un rap riflessivo, quello che antepone il vissuto personale alla vita da strada. Non a caso, Jay “canta” una vera e propria seduta psicoanalitica.

The Story of OJ

Fosse Queen B il bersaglio principale, chiuderemmo bottega subito. Ma Jigga non vuole risparmiarsi in questa 14sima fatica. E allora, via con le vere sentenze. Il brano The Story of OJ non merita che gli si accostino aggettivi. Versi come “You wanna know what’s more important than throwing money in a strip club? Credit.” e “You ever wonder why Jewish people own all the property in America? This is how they did” si riallacciano all’operazione che Carter porta avanti da anni. Raccogliere la blackness musicale sotto un’ala protettrice, è chiaro che il guadagno sia elevato eppure non c’è una feroce concorrenza a Spotify e limitrofi, rendendo un’opera d’arte fruibile per i più: “But I’m tryin’ to give you a million dollars worth of game for $9.99“. Ma l’operazione/missione è molto più complessa perché dagli albori della schiavitù, passando per il miracolo Lincoln, le differenze di trattamento tra Nord e Sud, i movimenti di liberazione pacifica, quelli sovversivi, violenti, fino all’apparente uguaglianza, Carter riflette sulla lotta intestina alla stessa blackness. L’intro di Nina Simone (“My skin is black…my skin is yellow”) ribadisce la necessità di partecipare al medesimo rituale eucaristico. Indebolirsi, tacciandosi più chiari, più scuri, neri da piantagione, neri domestici, svilisce e calpesta la storia di un popolo. Il titolo del corto, così come il verso: “I‘m not black, I’m O.J, ripianta ed espone il seme della catastrofe. Personaggi come Orenthal James Simpson, Tiger Woods, citati dallo stesso Carter nelle sue footnotes, sventolavano fieri il loro diritto di veto, la loro posizione super partes, il loro essere neri senza esserlo davvero, perché privilegiati. Proprio quella negazione, anche interpretabile come superamento della questione razziale, ha alimentato le spinte centrifughe all’interno della Black Culture. Spesso si fa di tutto per cercare dettagli, segni particolari, rami genealogici che possano catapultarti al di fuori di quel nucleo unico, e conferirti lo scettro di un qualche OJ. Frasi come “I’m protecting ya all” avrebbero fatto la differenza, ma conosciamo tutti la storia dell’ex campione; una condotta tut’altro che esemplare e un menefreghismo assoluto verso quella che, solo a bisogno, si poteva chiamare la SUA gente.

L’amico traditore

Altra vittima è la nuova generazione del rap (brano Moonlight), accusata di schiavitù verso le major discografiche, di aver comprato mansion nel quartiere bianco di Beverly Hills, insomma di aver dimenticato le origini e lo scopo del genere. Buffo che Carter, in una delle tre bonus track, dia spazio alla piccola Blu Ivy con un freestyle che quasi ammazza le strofe studiate a tavolino dai colleghi per diventare hit. Eppure, l’agnello sacrificale resta l’amico storico Kayne West, un ingrato, secondo Jigga, perché dopo aver accettato 20 milioni in prestito per The Life of Pablo non gli ha mostrato riconoscenza. Per di più, West viene accusato di aver quasi mandato all’aria il matrimonio tra lui e B.

gif critica 2La difesa della Blackness

Dopo l’uscita dell’album, il magnate ha condiviso un nuovo video su Tidal: 4:44 short. Una serie di interviste ai black più in voga dello showbiz su cosa vuol dire essere neri negli USA e sulle diverse forme in cui il razzismo si manifesta. Moltissimi nomi per un’impresa supereroica: JAY-Z, il protetto Kendrick Lamar, Will Smith, Mahershala Ali, Chris Rock, Michael Che, Michael B Jordan, Van Jones, Trevor Noah e molti altri.

Michael Che: “Quello che la gente non capisce rispetto ad un tema come la schiavitù è che, sebbene sia accaduto 150 anni fa, quelle persone, quegli schiavi, hanno cresciuto dei figli e quei figli, da uomini liberi, hanno allevato altri figli nel modo in cui erano stati educati, ossia da bambini schiavi. Poi, i padroni hanno avuto figli che a loro volta ne hanno avuti altri, ecc. Molti di quegl”insegnanti” sono ancora lì. Educano come se il tempo non fosse mai passato“.

Chris Rock:Io non vedrò mai l’uguaglianza. Ci sarà razzismo fino a quando morirò“.

Kendrick Lamar: “Penso di aver iniziato a scrivere quando un uomo nero che viveva nel nostro palazzo venne ammazzato. Mi madre uscì dal nostro appartamento e un ufficiale di polizia, un poliziotto cattivo, la spinse via con forza. Fu una cosa inaccettabile. Avevo cinque anni“.

Michael B Jordan: “Esseri neri in America è come vivere in una minuscola scatola sul fondo del’oceano: vieni consumato da una pressione costante“.

Mahershala Ali: “La differenza tra bianchi e neri è che noi giochiamo in difesa, non abbiamo la capacità di stare in attacco. Aspettiamo sempre il momento in cui verremo disturbati e quindi camminiamo nel mondo consapevoli che quest’ultimo ci vede in un certo modo. Giochiamo in difesa, pacati. Ma quando vai in attacco, è tutta la tua vita che cambia“.

Trevor Noah: “Per molti versi la parola “successo” è ancora sinonimo di “bianco“.