"Love Song" di Pen-Ek Ratanaruang
Uno dei più apprezzati cineasti thailandesi si cimenta con il melodramma, recuperando la tradizione musicale e sentimentale del passato e contaminandola con passioni forti e con un umorismo povero (non sempre indovinato), a incidere sulle svolte fatalistiche dell'odissea di un povero ingenuotto in cerca di se stesso.

I rigurgiti del mercato estivo portano sui nostri schermi, a sorpresa, un film thailandese che ha spopolato in patria nel 2001, dominando al box office e guadagnando i plausi della critica (interna: alla Quinzaine des Réalizateurs non aveva impressionato). Pen-Ek Ratanaruang è ormai un regista importante - ha appena finito di girare Last Life in the Universe, già spacciato come pietra miliare -, i suoi precedenti lavori (la commedia Fun Bar Karaoke, 1997, e il noir ironico 6ixtynin9, 1999), lo hanno incoronato tra i massimi esponenti nazionali. E infatti Love Song - in originale Monrak Transistor, dal nome di un'emittente radio - è prodotto, con gran dispiego di energie e di ambizione, da Nonzee Nimibutr, uomo ovunque del cinema thai. La sceneggiatura, basata sull'omonimo romanzo di Wat Wanlayangkon, si fissa su due ragazzi di provincia, sprovveduti e innamorati. Lui, abile cantante, subito dopo il matrimonio e in attesa del primo figlio deve partire per il militare: senza volerlo comincia un viaggio rocambolesco tra equivoci, errori e piccoli sprazzi di pace. Dopo aver provato a sfondare come cantante, dopo la diserzione dall'esercito, dopo un periodo di stenti a lavorare in una piantagione di zucchero per un bieco sfruttatore, dopo il breve sodalizio con un povero spiantato, dopo il carcere e un grave infortunio, arriva il momento del ritorno a casa, dove tutto è cambiato e dove il mondo che conosceva è irrimediabilmente scomparso.
Ratanaruang, anche sceneggiatore, pur senza eccellere si conferma cineasta astuto e preparato: coniuga gli stereotipi della love story tormentata con le pulsioni contrastanti del rapporto modernità / ruralità, esponendo con brio le pene del suo brillante protagonista (Suppakorn Kitsuwan, ottimo nell'avvizzire, anche fisicamente). L'accento grottesco e le parentesi picaresche della commedia agrodolce a incastri (di personaggi) non si sposa sempre bene agli eccessi melodrammatici: senza il coraggio di Le lacrime della tigre nera, citato in un divertito gioco intertestuale, i leziosismi patinati annullano la grande capacità del regista di raccontare i piccoli dettagli. Pur meno in risalto, risulta ancora da risolvere l'annoso problema generazionale che affligge gran parte dei cineasti thailandesi; ossia quella fastidiosa insistenza estetico-folkloristica che sfocia in uno sfoggio compiaciuto di autostima. Complici la fotografia colorata e la colonna sonora, servizievoli - ma in qualche momento molto efficaci - orpelli esornativi.
Titolo originale: Monrak Transistor
Regia: Pen-Ek Ratanaruang
Sceneggiatura: Pen-Ek Ratanaruang - dall'omonimo romanzo di Wat Wanlayangkoon
Fotografia: Chankit Chamniwikaipong
Montaggio: P. D. Yokol
Musica: Amornbhong Methakunavudh
Suono: Nipat Sumneangsanor
Scenografia: Saksiri Chuntarangsri
Costumi: Sombatsara Teerasaroch
Interpreti: Suppakorn Kitsuwan (Pan), Siriyakorn Pukkavesa (Sadaw), Black Pomtong (Yhord), Somlek Sakdikul (Suwat), Porntip Papanai (Dao), Ampol Rattanawong (Siew), Prasit Wongrakthai (padre di Sadaw), Chartchai Hamnuansak
Produzione: Nonzee Nimibutr, Duangkamol Chamniwikaipong per Cinemasia Co.
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 116'
Origine: Thailandia, 2001
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