Antonio Pietrangeli. Volti di donne

Era il 12 luglio di 50 anni fa quando Antonio Pietrangeli, sul set di Come, quando, perché, ha perso la vita al largo di Gaeta. Si trovava vicino a una roccia e stava spiegando a tre comparse le ultime inquadrature del film quando una forte onda lo ha scaraventato contro uno scoglio. Il film è stato poi interrotto in autunno su ordinanza del pretore e poi, su richiesta degli eredi, è stato ultimato da Valerio Zurlini.

10 film e mezzo all’attivo (a cui vanno aggiunti gli episodi di Amori di mezzo secolo e Le fate), uno stile unico che aveva la base nel Neorealismo ma poi lo oltrepassava attraverso l’analisi delle contraddizioni e le crudeltà della società italiana degli anni ’50 e ’60.

Laureato in medicina, era sceso in campo in politica candidandosi con il Fronte democratico popolare ma non era stato eletto. Ma si era fatto le ossa come critico sia su Bianco e Nero che su Cinema. I set Pietrangeli li conosceva bene. Tra Visconti, Rossellini, Franciolini, aveva forse affinato uno sguardo di un cinema ‘non al femminile’ (come lo avevano descritto in molti) ma una galleria di radiografie di identificazioni di una donna. La giovane domestica del suo primo lungometraggio, Il sole negli occhi (1955), l’esuberanza e il matrimonio di Francesca in una Milano con i segni del boom di Nata di marzo (1957) il cui lieto fine sembra forse stato imposto dal produttore Carlo Ponti, già disegnano quelle traiettorie esistenziali che si sovrappongono alla struttura di una commedia amara e sembrano anticipare tracce di quelle radiografie vissute, senza i segni di documentarismo del cinema di Agnès Varda e in particolare Cléo dalle 5 alle 7.

Ha ragione Alberto Pezzotta nel suo bellissimo articolo su Film Tv. Antonio Pietrangeli – e, in subordine, forse Alberto Lattuada e ancora Valerio Zurlini –  è uno dei rarissimi cineasti italiani con un’anima Nouvelle Vague. Dove i personaggi e le storie sembrano muovere il racconto e non viceversa. Fosse stato francese, forse sarebbe stato celebrato quasi come Truffaut. In Italia, come è stato più volte scritto, è stato prima decisamente sottovalutato, quasi ignorato, poi rimosso. Caso sconcertante, tra i più clamorosi assieme a quello di Pietro Germi. Guardate la scansione di La visita (1963). Sandra Milo e François Périer. Un appuntamento al buio, l’incontro, l’illusione, la delusione. Sullo sfondo, sempre fortissimo, del paesaggio, qui un paese in Riva al Po. O il ritmo impazzito, da balletto meccanico alla René Clair di Fantasmi a Roma (1961), un caso più unico che raro di fantasy-commedia del cinema italiano. O ancora Adua e le compagne (1960), sempre attentissimo all’evoluzione della società (la legge Merlin e la chiusura delle case di tolleranza) che poi sfocia in quella provvisoria euforia quasi da Front Populaire. La trattoria-locanda che sembra sovrapporsi al piccolo albergo vicino alla Senna di La bella brigata (1936) di Julien Duvivier. E ancora la spregiudicatezza e il nomadismo sentimentale di La parmigiana (1964), dal romanzo di Bruna Piatti, che anticipa uno dei film fondamentali di tutta la storia del cinema italiano: Io la conoscevo bene (1965). Ogni scena è un colpo al cuore. Sul corpo di Stefania Sandrelli. Le sue illusioni. L’immagine ancora di una ragazza della provincia catapultata nella grande città. Un puzzle, dove la vita della protagonista sembra scorrere in parallelo. Il provino dentro il cinema, il balletto ridicolo di Ugo Tognazzi sul tavolo. Il tragico finale.

Un cinema personalissimo quello di Antonio Pietrangeli. Troppo in avanti per l’Italia di allora (e forse anche in quella di oggi). Anche con le commedie apparentemente più classiche come Lo scapolo (1956) con Alberto Sordi in uno dei suoi ruoli migliori dove, al suo secondo film, è iniziata la collaborazione con Ettore Scola e Ruggero Maccari. O le forme del cinema on the road di Souvenir d’Italie (1957). infine l’origine di una commedia teatrale, Le cocu magnifique di Fernand Crommelynck, che si trasforma in un portentoso ‘dramma della gelosia’ prima di quello di Scola in Il magnifico cornuto (1964) con Ugo Tognazzi, gran successo al botteghino.

Volti di donna: Stefania Sandrelli, Catherine Spaak, Jacqueline Sassard, Sandra Milo, Emmanuelle Riva, Simone Signoret, Gina Rovere. In un cinema pieno di pudore e passione, che filmava tutte le forme del desiderio ma soprattutto la solitudine, facendo arrivare quasi sempre un groppo al cuore al di là di quello che raccontava. Forse in Kieslowski, nel suo Decalogo e nella sua trilogia dei tre colori (blu, bianco, rosso) dove Juliette Binoche, Irène Jacob e Julie Delpy appaiono quasi reincarnazioni del suo cinema.

E infine le canzoni. Quasi struggenti momenti di vita in un cinema spesso attraversato dalle ombre della morte. Mina (E se domani), Peppino Di Capri (Roberta), Sergio Endrigo (Dimmi la verità), Gilbert Becaud (More) e Ornella Vanoni (Abbracciami forte) in Io la conoscevo bene, Jimmy Fontana (La notte che son partito) che apre e chiude Il magnifico cornuto. È stato tra i primi ad aver introdotto la musica leggera nei film italiani. Altra innovazione di un cineasta extraterrestre. Che in Italia si vede pochissimo. Al MoMA a New York a dicembre 2015 gli hanno dedicato una retrospettiva completa. Noi continueremo a ricordarlo. Finendo anche di rompere il disco. Perché il suo cinema è indispensabile. E, almeno qui, non si riesce a pensare un prima e un dopo.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *