Daddy’s Home, di Sean Anders

Perso nei tantissimi, magnifici, detour verbali di Daddy’s Home ce n’è uno quanto mai chirurgico nell’illuminare la consapevolezza teorica della commedia americana odierna (di nuovo, gli idioti alla conquista di Hollywood): nel momento clou del ribaltamento di soggettività in Will Ferrell, quando finalmente decide di “lottare” per la propria famiglia contro il Re usurpatore Mark Wahlberg, urla a squarciagola per fermare il messaggero Griff che credeva ormai oltre la porta del suo ufficio… ma Griff è ancora lì! Ferrell allora si rammarica, “pensa quanto sarebbe stato bello se ti avessi rincorso! Se ti avessi raggiunto per dirti che mi avevi convinto a non mollare, a lottare, ecc, ecc…lo facciamo? Esci dalla porta e io ti inseguo?”. Da lì si apre una sublime parentesi verbale sull’opportunità o meno di “rifare” quell’immaginaria scena perfetta, perché “sembrerebbe forzata, però sarebbe comunque bella“, e allora come se ne esce? Ecco, nel sottile confine tra fare e rifare il cinema, tra attivare e riattivare un effetto, tra uscire e poi rientrare nella “casa dei padri”, si consuma tutto il presente di Hollywood. E come solitamente accade le varie anime dell’american comedy sono sempre lì, in prima linea, forti di una consapevolezza sullo stato delle cose che ha veramente del miracoloso.

Chi abbiamo qui? Dopo il precedente I Poliziotti di riserva targato Adam McKay (che qui produce lasciando la regia a Sean Anders) la stessa coppia comica protagonista opera un’ulteriore variazione di tono radicalizzando i rispettivi statuti iconici da star: Mark Wahlberg è il macho palestrato che gira il mondo per un lavoro top secret (dando “calci in culo per conto dell’America”) e Will Ferrell diventa l’impacciato uomo medio che vuole solo conquistarsi una famiglia perfetta. Insomma se il terreno fertile per il film di McKay era quello dell’action anni ’80 rifatto per ribaltare comicamente le stereotipie facendole sopravvivere, il terreno di questo Daddy’s Home è quello delle commedie familiari con le dinamiche padre-figlio assurte a cuore dell’azione. Ferrell è il nuovo marito della bella Linda Cardellini e il padre acquisito di due simpatici ragazzini, un uomo sensibile e sempre pronto a commuoversi (in più sterile per un’incredibile “disavventura dal dentista…”) che fa di tutto per creare un “cerchio d’amore” con la sua nuova famiglia; Wahlberg è il padre naturale dei bimbi, avventuroso, virile e irresponsabile che piomba come un ciclone sconquassando gli equilibri (di genere…) e lottando per riprendersi il suo posto in famiglia.

14Il risultato di questa guerra-dei-padri è un’esilarante caccia all’affetto che slitta costantemente verso uno Show dove due immaginari codificati si scontrano. Con i due bambini diventati spettatori da far divertire e ri-conquistare sul campo: scusate, ma il cinema Hollywoodiano non ha mirato sempre a questo? E allora l’insicurezza vs il machismo, le lacrime vs i cazzotti, il family movie vs l’action movie: è guerra aperta. Si entra direttamente nel mondo-del-cinema, nella famiglia-del-cinema, dove nel 2015 le gare da ballo e gli step up sostituiscono le scazzottate, perché non siamo più negli anni ’80 e ora i bulli risolvono in pista le faccende. Si ride, molto, senza un grammo di banalità. Sino all’estasi demenziale della partita dei Lakers (con tanto di Kobe Bryant come comparsa…) dove Ferrell fa uscire di nuovo il Gator che è in lui virando verso sprazzi di demenzialità pura come nel miglior McKay di Anchorman e Ricky Bobby o come nello stesso Sean Anders di That’s my Boy. Insomma: terremotando lo spettatore-odierno ma immergendolo ancora nei tradizionali archetipi-comici, la commedia americana si conferma ancora una volta il genere sempre “in tempo”.

 

Titolo originale: id.
Regia: Sean Anders
Interpreti: Will Ferrell, Mark Wahlberg, Paul Scheer, Billy Slaughter, Linda Cardellini, Thomas Haden Church, Alessandra Ambrosio
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 96’
Origine: Usa 2015