FESTIVAL DI ROMA 2011 – "My week with Marilyn", di Simon Curtis (Fuori concorso)

My week with MarilynÈ legittimo che il senso ultimo di un film denso d’orgoglio britannico come My week with Marilyn sia racchiuso nel celebre verso shakespeariano che il Laurence Olivier di Kenneth Branagh recita in quello che è a tutti gli effetti il vero finale della pellicola, appena prima che l’immagine della diva scompaia dallo schermo:  Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita.
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My week with Marilyn è innanzitutto, dietro questa sua confezione briosa da commedia in costume, una riflessione – non sempre consapevole – sulla qualità onirica del cinema e della star, sul suo potere ipnotico ed evanescente che in un battito di ciglia consegna un’immagine di celluloide all’immortalità.
Simon Curtis lavora sul libro autobiografico di Colin Clark percorrendo due sentieri paralleli, e mentre da una parte gioca in casa, affidandosi alla solida esperienza della sua produzione televisiva con i toni leggeri e faceti  propri della serialità inglese, dall’altra tenta un affondo meno scontato, estendendo la fascinazione del giovane e inesperto Colin per la diva a quella della vecchia Inghilterra per la deflagrante imperfezione della nuova America, del teatro per la macchina da presa.

Così, mentre la prima parte scivola via come un backstage “di colore” di Il principe e la ballerina, tra scaramucce sul set tra l’attrice e il regista Olivier, le insicurezze di Marilyn e la sua mitologia fatta di ritardi, crisi isteriche, pillole e ammiccamenti ai reporter, nella seconda metà il film si concentra sulla figura dell’attrice, raccontando non solo il fugace amore con il “terzo assistente alla regia”, o la donna privata, malinconica ma capace di improvvisi slanci vitali, quanto la sua immagine, sfuggente e rarefatta, che attraversa il paesaggio inglese come un’aliena.

My week with MarilynÈ in questi momenti che My week with Marilyn cresce e si libera della patina polverosa che spesso accompagna i biopic e il merito è soprattutto di Michelle Williams, che riesce – diversamente dal Jamie Foxx di Ray e dal Capote-Philip Seymour Hoffmann di A sangue freddo – ad evitare la trappola di un’interpretazione mimetica riuscendo allo stesso tempo a fissare i caratteri iconici della diva Monroe, l’aria imbambolata, lo sguardo seducentemente miope, per poi quasi dimenticarsene e lasciar emergere la sua personalità d’attrice, che proprio in virtù di una fisicità opposta al modello della pin up anni cinquanta, dà di Marilyn un ritratto più intimo e meno superficiale: minuto e fragile, il corpo della Williams racconta una diva bambina vittima delle sue paure. E lo fa modellando su di sé il personaggio, regalandogli quell’intensità e la capacità di essere sempre già altrove che sono le qualità più belle dell’attrice. Alla fine è Marilyn a sovrapporsi a Michelle, in una performance di assoluta personalità probabilmente troppo cerebrale per fare presa sul grande pubblico.
Di certo senza di lei il film di Simon Curtis, nonostante la pletora di grandi interpreti, tra cui spicca – va da sé – un Branagh finalmente alle prese con il modello di paragone della sua intera carriera, non avrebbe quelle aperture che lo pongono sopra la media di un godibile film televisivo.