Mission: Impossible – Rogue Nation, di Christopher McQuarrie

Potremmo cominciare con una domanda: chi è Tom Cruise/Ethan Hunt? Cosa si nasconde dietro questo volto eternamente “giovane”, elastico, trasformista quanto fotogenicamente fisso? Questo corpo cinematografico continua a sorprenderci nelle sue contorsioni impossibili, ma oggi è un’icona che dietro il suo status symbol sembra portare avanti una strategia oscura e coerente, sorretta da una immagine divertita quanto plastificata e allucinatoria. Ne avevamo già parlato a proposito di Oblivion e soprattutto Edge of Tomorrow: l’attore americano da diverso tempo non è più semplicemente una star, bensì un vero e proprio autore e tessitore di una poetica fantascientifica e newage molto vicina alle suggestioni di Scientology, di cui Cruise – come ci ha ricordato il recente documentario Going Clear di Alex Gibney – è il principale assertore hollywoodiano. Ecco allora che i suoi film sono spesso metafore ludiche sull’immortalità del corpo, sulla compresenza di mondi e vite parallele, su battaglie e resistenze nei confronti di invasioni aliene o associazioni clandestine di fuorilegge che intendono mettere in discussione l’equilibrio geopolitico del pianeta. Rispetto però alle ambiziose incursioni nello sci-fi il Cruise che veste i panni di Ethan Hunt abbraccia l’autoironia e inserisce il proprio eroismo in un più ampio gioco di squadra.

In questo quinto capitolo i nemici di Hunt & Co. sono un gruppo di agenti segreti e mercenari fuoriusciti dalla M:I che hanno creato una sorta di nuova Spectre denominata il Sindacato (!). Il centro nevralgico dell’azione è Londra con una breve trasferta in Marocco. Non c’è spazio quindi per la rappresentazione della metropoli 2.0 come avveniva nella magnifica Dubai del precedente Protocollo fantasma, di cui questo nuovo capitolo è quasi un sequel – con tanto di cast confermato, vedi  Jeremy Renner e Simon Pegg, oltre al solito Ving Rhames – ma meno sorprendente.  Anche perché dietro la macchina da presa c’è Christopher McQuarrie, sceneggiatore di Brian Singer e premio Oscar nel 1995 per I soliti sospetti, che attualmente ha tutta l’aria di essere una sorta di yes man dell’ultimo Cruise (da Operazione Valchiria a Jack Reacher fino ad arrivare ad Edge of Tomorrow che McQuarrie ha sceneggiato). Da un lato la sua scrittura è adatta al format di Mission: Impossible con i suoi bluff, i colpi a effetto e il ritmo, dall’altro appare troppo conservativa e lontana dalla differenza teorica e soprattutto visionaria degli episodi diretti da De Palma o Brad Bird – un discorso a parte meriterebbe un giorno il pirotecnico esperimento hongkongese diretto da John Woo, da cui questo Rouge Nation riprende il forsennato inseguimento in motocicletta.

Insomma si avverte una normalizzazione del canone cruisiano e della serie, che continua a sostenersi soprattutto nella seducente e inquietante astrazione dell’attore/eroe, al quale viene affiancata una figura femminile quasi speculare. Ilsa Faust è una Rebecca Ferguson sensuale, androgina, indistruttibile e bugiarda come Hunt. La degna proiezione di un innamoramento mai consumato ma solo desiderato in potenza. In Rouge Nation c’è questo melodramma impossibile che è interessante. L’agente segreto e la spia europea si innamorano senza mai toccarsi né baciarsi. Sono due super-esseri che comunicano  tra loro attraverso le prodezze, la traiettorie dei voli, delle immersioni in acqua e delle fughe in moto. Si trasmettono una sensualità di sola superficie. Non c’è bisogno d’altro per attivare il meccanismo amoroso. E sono forse la coppia perfetta per questo genere di film e per il Cruise degli anni 2000.

 

Titolo originale: id.
Regia: Christopher McQuarrie
Interpreti: Tom Cruise, Rebecca Ferguson, Alec Baldwin, Ving Rhames, Simon Pegg, Jeremy Renner, Sean Harris, Simon McBurney, Zhang Jingchu, America Olivo, Jingchu Zhang, Jorge Leon Martinez
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 131′
Origine: Usa, 2015