Moonlight, di Barry Jenkins

Infanzia, adolescenza ed età adulta di Chiron, figlio dei sobborghi neri di Miami. Attimi, illuminati dalla chiaro di luna, di un’esistenza segnata da una ricerca faticosa di una famiglia, di un’identità, di una felicità. Moonlight, l’opera seconda di Barry Jenkins, s’inserisce perfettamente nel progetto politico del suo produttore Brad Pitt. Il divo, infatti, attraverso la sua Plan B, continua la narrazione della nazione afroamericana, segnata, nelle radici, dall’imponente sforzo morale (e moralista) di 12 anni schiavo. Non sappiamo se per paternalismo bianco o per sincera condivisione di principi, ma è indiscutibile che l’impegno produttivo di Pitt abbia creato e rafforzato una valida strada alternativa ai percorsi più o meno mainstream di Hollywood, partendo dall’esplosione di Steve McQueen per arrivare alle prove dei suoi “discendenti”. Nella lotta della prossima season awards, la stagione dopo la ferita di #Oscarsowhite, eliminato il Nate Parker di The Birth of a Nation per i suoi scandali sessuali, rimane solo Jenkins il più serio autore su cui puntare per l’agognato riscatto. Jenkins, dunque, trova nella poesia e nel romanticismo la chiave per raccontare l’altra America, un percorso ben diverso dall’orgoglio gangsta di F. Gary Gray o dal realismo costruito di Ryan Coogler (non a caso subito rientrati nel sistema con due mastodontici progetti).

MoonlightMoonlight, attraverso lampi essenziali e un intelligente lavoro di elissi, non solo racconta il calvario emotivo di Chiron, ma di tutto un popolo emarginato, escluso anche dall’ostentato, ma decisamente genuino, lirismo romantico del mélo. Jenkins, dopo il piccolo Medice for Melanchony, ribadisce la necessità di una matura emancipazione sentimentale (e politica), narrando la quotidiana drammaticità di un amore terribile, le disgrazie di un bambino/ragazzo/uomo tormentato dal fuoco delle sue passioni. La storia d’amore (non corrisposto?) che fa da leitmotiv alla vicenda, diventa cosi la traccia su cui si costruiscono le figure di personaggi ben diversi dalle maschere che indossano. Senza giudizio, la parabola deterministica di Chiron, costretto ad attraversare le tappe obbligate già stabilite per lui (la miseria, la violenza, la prigione e il crimine), è la stessa degli altri coprotagonisti, uno per tutti lo splendido spacciatore morale di Mahershala Ali, costantemente in lotta tra il “personaggio” sociale che deve interpretare e l’uomo etico che, invece, è. E’ quasi automatico, allora, confrontare la dolente formazione di Chiron con il white coming of age di Boyhood. Entrambe facce della stessa medaglia, le due storie rivelano, più di decine di studi sociologici e dibattiti, le conseguenze materiali di crescere nella placida, bianca ed eterosessuale middle class texana o nelle strade nere e popolari di Miami. Probabilmente gli obiettivi di Jenkins avrebbero avuto più forza se il suo film fosse alleggerito dall’ingenua attenzione all’elemento poetico, al simbolo manifesto, al quadro statico di rarefatta bellezza. La saturazione cromatica, la colonna sonora ridondante (anche se l’attimo con la voce di Caetano Veloso è di una forza disarmante) e l’onirismo ricercato sono elementi che tirano in ballo la lezione di Schnabel, (Prima che sia notte, per troppe ragioni, è un riferimento cinematografico fin troppo evidente) figura che, in diversi punti, arriva a essere anche ingombrante. Nonostante ciò, il tentativo di Jenkins ha dalla sua il coraggio di non frenarsi, lasciando, alla fine, totalmente libera la forza emotiva di un piccolo, semplice, racconto sentimentale.

Titolo originale: id.

Regia: Barry Jenkins

Interpreti: Mahershala Ali, Naomie Harris, Janelle Monáe, Trevante Rhodes, Ashton Sanders

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 111′

Origine: Usa 2016