#RomaFF11 – Manchester by the Sea, di Kenneth Lonergan

Manchester non è in Inghilterra, come tutti immaginano. Qui si guida a destra e c’è il mare, un mare splendido battuto dai venti gelidi dell’inverno nordamericano. Questa è Manchester-by-the-Sea, Massachusetts, piccolo borgo a pochi chilometri da Boston. Eppur sembra di essere sulla costa inglese, tra barche a vela, pescherecci, albatros, pinte di birra mandate giù fino a sfondarsi. E una tristezza inguaribile.

Lee Chandler non ha più niente da chiedere alla vita. È solo, depresso… c’è qualcosa che lo ha ucciso dentro. L’unico legame è con il fratello maggiore, Joe, e con il nipote adolescente, Patrick. Quando Joe muore per una malattia cardiaca, Lee torna a Manchester per risolvere le questioni legate al funerale e all’eredità. Nel testamento, il fratello lo ha nominato tutore di Patrick. Ma Lee non vuole restare a Manchester. Troppi ricordi, troppo dolore…

 

Lonergan viene dalla scrittura, prima per il teatro e poi per il cinema. E Manchester by the Sea, in qualche modo, lo dimostra, perché gran parte della sua originalità poggia sulla struttura narrativa, su quell’uso sistematico dei flashback che si legano, senza soluzione di continuità, al presente del racconto. È un costante andirivieni, costruito sull’andamento emotivo dei ricordi in soggettiva prima ancora che sulle esigenze del plot, dei suoi risvolti e segreti. Tutto si svela, ovviamente, ma non secondo la logica intelligente dell’incastro a tavolino. La scrittura di Lonergan non è invasiva, non punta alla costruzione a effetto o al virtuosismo giocato sulla scomposizione e ricucitura delle traiettorie. Qui tutto sembra procedere secondo una dinamica interiore, memorie che vengono fuori da una libera associazione, un tono d’umore, un sentimento, una scossa emotiva più o meno forte. O un’immagine, una situazione, un paesaggio. Se la vita “esteriore” di Lee sembra ormai ridotta al grado zero, completamente annichilita da un’indifferenza autodistruttiva (fottitene, lasciala andare), quella intima si muove veloce, procede a ondate e a vortici. Il dolore si nasconde, ma non si annulla, non si vince e non si piega. Rimane sotto e lavora, lavora e scava, traccia crepe nel cuore e solchi sulla pelle. Monta sotto pressione ed esplode in rabbie improvvise, immotivate, sbagliando bersaglio, colpendo a vuoto, sempre distante, sempre più distante. Ecco, tutta la struttura temporale immaginata da Lonergan serve, a suo modo, a raccontare l’impasse di Lee, quell’impossibilità del presente, stretto d’assedio da un passato che toglie respiro, che non permette altri percorsi, altre scelte, un altro respiro della storia.

 

manchester-by-the-sea2Forse l’insistita ripetizione dei flashback produce in ogni caso una sensazione meccanica, così come è troppo forzata la sottolineatura musicale (l’Adagio d’Albinoni) nei momenti più drammatici della vicenda (c’era davvero bisogno? Non era tutto già scritto tra il volto e le spalle di Casey Affleck, o nella nuda situazione?). Ma sono solo una zavorra residua, che ben poco toglie alla profondità del film, a quella capacità di entrare nelle ferite del cuore con la delicatezza necessaria a non lacerarle definitivamente, per sempre. Perché è già tutto un lutto. È sempre un lutto, che si ripete ogni giorno, nonostante i tentativi, i propositi, le rielaborazioni. Per quanto si riscriva la storia, la perdita è ovunque, a ogni a fine riga e, da lì, di nuovo, a ogni capoverso. Le persone si ammalano, i motori si rompono, le case bruciano… “Non conta più niente” dice Lee a Randi in lacrime e in cerca di un ultimo contatto d’amore. Il che non vuol dire che non si possa continuare, non si debba continuare, non si possa tornare a sorridere, magari riconoscendo nella vita degli altri un riflesso di quella goliardia irresponsabile che era il nostro magico luogo di resistenza. Ma quando la morte è entrata nel cuore, non c’è più nulla che possa estirparla. È una “brutta malattia”, da portarsi appresso sino alla fine. “Non riesco a superarlo”… Ma non c’è solo dolore in Manchester by the Sea. C’è anche una stoica sopportazione che sa tramutarsi in un senso dell’ironia strano, malinconico, irresistibile. E c’è la speranza di un’apertura (a cuore aperto…), di una diversa consapevolezza, disposizione verso le cose e gli altri. E tutto passa e prende forma grazie a Casey Affleck, ai suoi silenzi, alle sue frasi mozzate e ai suoi gesti che lasciano passare tutto un mondo. Chi gli sta intorno dà il proprio contributo, Michelle Williams, Kyle Chandler, Lucas Hedges. Ma la sfera di emozioni in cui riescono a entrare, l’ha disegnata lui. Quella sua sottrazione inquieta che assomiglia sempre più a quella del fratello Ben (e già lo vedo il prossimo film con i due che non si scambiano neanche una parola…). Il cinema dei bostoniani è sempre più grande.