Scappa – Get Out, di Jordan Peele

Avrei votato per Obama per la terza volta…” e perché mai dovrebbe essere il contrario? Tutto nella messa in scena dell’esordiente Jordan Peele avalla e tradisce, contemporaneamente, i paradigmi del Klu Klux Klan e di qualsivoglia movimento antiblackness. La novità, o meglio l’intuizione, sta nel costringere il protagonista, e così “la sua gente”, che il perfetto bianco altoborghese altri non può essere che uno schiavista mascherato da benpensante; rinchiuso nella sua graziosa e spaziosa magione sul lago, bevendo tè servito dalle stesse mani nere che di bicchieri ne hanno riempiti a profusione. Da tale casella di partenza, non esiste un vero sovvertimento del seme razzista/segregazionista, quanto la traslazione delle medesime e permettiamoci mostruose convinzioni di purezza etnica.
Un gioco che il regista/scrittore porta all’estremo: insulto ad Hitler, “black is trend” e la frase di apertura del pezzo…ingeriamo la pillola del Kumbaya per cui vogliamo e dobbiamo spazzare via l’idea che il nostro protagonista possa essere vittima, in qualsiasi modo, di un retaggio, strizzata d’occhio, sorpassato. Quando Chris, Daniel Kaluuya, e Rose giungono nella villa dei genitori di lei, il primo trova bizzarro che fra tutte quelle chiacchiere di comunione razziale ci siano una cameriera e un custode non solo neri ma strani quanto un nero alla Casa Bianca. Per non parlare dell’incontro notturno con la madre di Rose, una psichiatra, che si offre di guarire il vizio del fumo di Chris attraverso una seduta ipnotica

Get OutLa presidenza Obama, sebbene osteggiata da molti, specialmente a fine mandato, è forse il primo mattone di Scappa – Get Out. Quando la blackness era già stata accolta, perlomeno in larga parte, ecco che nello studio ovale mette piede chi ha il potere di allargare ancora di più quella solidarietà. Ogni minoranza sperava in un’ascensione quasi miracolosa. Sappiamo che non è stato così, ma sappiamo anche che chiunque si trovi sotto l’occhio di bue viene automaticamente considerato, anche in maniera perversa, cool e quindi oggetto di clonazione, sia fisica che intellettuale. Un gruppo di bianchi facoltosi che vogliono ritrovare o ottenere le peculiarità di QUEL bagaglio genetico o della novella black trend.

Il film di Peele conosce il suo pollo: prologo nel sobborgo e prima cattura, svolgimento nella provincia desolata, personaggi strambi oppure maniere strambe anche troppo accentuate, e un solido filo rosso che congiunge la morte della madre di Chris e la trance onirico-ipnotica, tutto trasmesso nel minuscolo schermo che Catherine Keener chiama Luogo Sommerso. E in effetti c’è sempre una barriera tra i due mondi, vedi la macchina fotografica di Chris, i soggetti che raffigura, come se quell’unione auspicata fosse un’ideale più che un’utopia e quindi destinato a prossime macerie. In ogni caso la cinefilia non fa sconti: il cervo, la creatura magica, la liberazione, viene trucidato dalla macchina in corsa. Di esempi analoghi ne potremmo fare a quantità, eppure basti l’analogia con il The Ring 2 di Hideo Nakata e l’accerchiamento dell’auto di Naomi Watts. Tutto fila liscio eccetto la rivelazione un po’ semplicistica e che avremmo preferito approfondire. Allora servono i fuochi d’artificio e l’epilogo gore, anche esilarante vista la presenza dell’amico di Chris cui viene affidata l’impresa di alleggerire l’impalcatura tutta, che però risulta suddito della mera rivalsa e poco aderente alla vertigine fantasy-neorealista che forse Peele avrebbe desiderato.

Titolo originale: Get Out
Regia: Jordan Peele
Interpreti: Daniel Kaluuya, Allison Williams, Bradley Whitford, Catherine Keener, Caleb Landry Jones
Origine: USA, 2017
Distribuzione: Universal
Durata: 103′