VENEZIA 65 – "35 Shots of Rum", di Claire Denis (Fuori Concorso)

“E sicuramente è datato”

Claire Denis

 

Chissà se la Denis si riferiva alla citazione, nel film, di Franz Fanon, l’autore de I dannati della terra, oppure, molto sottilmente, al suo piccolo film, 35 Shots of Rum, presentato qui alla Mostra del Cinema Fuori Concorso. Perché in effetti il cinema di questa giovane sessantenne, francese ma cresciuta in Africa che dunque le è rimasta tra il sangue e la pelle, sembra così terribilmente e meravigliosamente “fuori tempo”, lontano soprattutto dal cinismo iper-tecnico-postmoderno che domina gli sguardi attuali. E così mentre i Coen lavorano a fondo sulla struttura della sceneggiatura alla ricerca del sacro Graal del “testo perfetto” e Arriaga sulla costruzione spazio/temporale delle storie, che ormai non possono più essere “classiche”, perché il mondo va nella direzione del mescolamento dei segni, dei tempi, dei luoghi, dei sensi…. Insomma mentre il cinema va nella direzione del controllo e della lucidità d’impianto, Claire Denis, come un dolce eremita sulla cima di un monte che vive ascoltando il vento e la vita che scorre, porge l’altra guancia, e ci riporta in un mondo dannatamente “concreto”, dove non sono le strutture a determinare la narrazione, ma quella cosa invisibile che esiste tra le persone, che si vede solo se si possiedono, ancora, dei vecchi sensi analogici, prima dello smarrimento digitale dei sensi…

 

Quattro corpi, quattro personaggi, quattro anime vicine/lontane. Leon, macchinista di treni, vedovo che vive con la giovane figlia Josephine che studia all’università; Noè, il bizzarro ragazzo dell’ultimo piano, sempre in sospeso tra il viaggio e la fuga; Gabrielle, la tassista, neanche troppo segretamente innamorata di Leon e Josephine, che adora e protegge con il suo sguardo (invisibilmente) materno. Sono corpi che si sfiorano, si incrociano, sembrano quasi aver bisogno l’uno dell’altro, pur nella libertà dei loro percorsi individuali. Per Leon la figlia è tutto, ha solo paura di perderla, eppure non vuole che lei si tarpi le ali per stare sempre vicino a lui. Ma Josephine vive tutta dentro questo gioco amoroso di sguardi, e la donna che la chiama dalla finestra del piano di sopra e il ragazzo con lo sguardo perduto dell’ultimo piano sembrano costituire per lei come una strana, nuova e impossibile “famiglia”. Come se questa piccola comunità di persone alle prese con le durezze della vita, avesse una forza di resistenza maggiore stando insieme, anche se questa unione è fragile e leggerissima (ma profonda). E, nella più bella scena vista finora in questa edizione della Mostra di Venezia che sembra vivere come in apnea, questi quattro corpi trovano una loro strada, un curioso e imprevedibile disegno. Gabrielle compra i biglietti per un concerto ed invita Leon, Josephine e qual matto di Noè, che giorni prima era andato a fare jogging con la ragazza e per stupirla, nel freddo dell’inverno, si era gettato vestito nel fiume. Tutti insieme nell’auto taxi di Gabrielle, in macchina, mentre la pioggia batte sui vetri, e la radio manda una bella canzone. Gabrielle alza il volume, Leon chiede di abbassare un po’, lei fa finta di non sentirlo e Josephine, silenziosa, ride. In quell’auto c’è una famiglia nuova, non costituita, perché quello che li lega non è un contratto o il sangue, ma, appunto quell’invisibile pulsare dei sentimenti. Sembra un serata perfetta, ma la macchina improvvisamente si rompe, e i quattro devono spingerla a mano sotto la pioggia scrosciante. Trovano rifugio in un bar, che era chiuso ma riapre alle loro preghiere, anche per la gentilezza della giovane proprietaria, cui Leon degna uno sguardo in più. La serata al concerto è perduta, ma non si torna a casa sconfitti, no, il cuore della serata sono loro quattro assieme, ed eccoli in questo bar ascoltare ancora la musica, e poi Leon ballare con Gabrielle, con Josephine, e poi Noè con la ragazza, e ancora Leon con la proprietaria del bar. Noè strappa un bacio a Josephine, che prima si lascia trascinare dalla passione, ma poi si stacca, quasi impaurita da un cambiamento dell’equilibrio tra i quattro che le appare così “perfetto”. E il ritorno a casa in autobus, con i quattro dislocati in sedili quasi lontani nello spazio vuoto dell’automezzo, sembra sancire un’impossibile felicità compiuta, legata quasi necessariamente ad attimi, frammenti di vita/gioia rubata alla durezza del vivere. E infatti il vecchio collega di Leon,  andato da poco in pensione e terribilmente svuotato senza la quotidianità del lavoro, si suicida proprio sotto a un treno, mentre il vecchio gatto di Noè muore, e il giovane decide di partire per un lavoro in Africa. Tutto sembra smantellarsi, ma i corpi di padre e figlia tengono duro, e quegli abbracci, reiterati, indispensabili, rendono vacui inutili e da gettare quasi ogni altro film visto, per restare dentro questa storia che prosegue con un viaggio in Germania alla tomba della madre/moglie, dove padre e figlia ritroveranno ancora la gioia di stare insieme. “Troverò mai chi mi amerà quanto mi ha amata lui?”, si interroga Josephine, mentre il piccolo mondo sembra sgretolarsi. Ma si può resistere, e Claire Denis proprio non può lasciarci con un grido di disperazione assoluta, preferisce il sogno, preferisce che la luce penetri nelle vite e le rassereni. E allora finalmente è possibile, per Leon, assaporare uno dietro l’altro, i 35 bicchieri di rum per celebrare il matrimonio della figlia. Sono cose che almeno una volta nella vita vanno fatte…

“E sicuramente è datato. Quanto al resto, il film, un mix di paura e rabbia che mi guida e fa sentire viva. Credo che parli d’amore”.

Credo che parli d’amore…