24 FCAAAL – Des étoils, di Dyana Gaye (Concorso lungometraggi)

L’emigrazione diventa geografico sradicamento e perdita di identità, oltre che di riferimenti culturali. Il film della regista italo-senegalese, che si affaccia con quest’opera alla misura del film lungo, insiste e indaga sul tema. La giovanissima Sophie arriva a Torino per cercare suo marito Abdoulaye, ma lui è negli Stati Uniti. Thierno che abita con la madre negli USA torna in Senegal per il funerale di suo padre.

 

Nelle tre storie dei suoi personaggi, la Gaye ricerca una possibile soluzione rifiutando d’istinto il semplicistico approccio delle donne senegalesi – che sembrano adattate ad una condizione occidentale per convenienza – che Sophie trova a Torino. Il percorso  verso una necessaria integrazione è progressivo conducendo la ricerca a quel complicato equilibrio tra il passato, rappresentato dal proprio Paese e il presente in una terra che non appartiene alla propria cultura. Sono queste le piccole conquiste che solo la giovane Sophie riesce a fare. È invece la condizione di Abdoulaye a costituire il dramma in assoluto, la sua inutile ricerca di lavoro negli Stati Uniti lo emargina completamente riducendolo sulla strada. Thierno è invece l’africano integrato nella sua condizione che lo rende estraneo a qualsiasi riconoscimento da parte dei senegalesi, solo oggetto di desiderio e invidiato modello al quale ispirarsi per la propria fuga. Ma Thierno diventa, invece, l’unico ponte tra le due culture quando d’istinto e senza pregiudizi e senza rifiutare la propria cultura d’origine stabilisce un rapporto con quelle tradizioni che lo hanno formato. Scopre la bigamia del padre e i suoi nuovi fratelli che non sapeva di avere, tutto con la naturalità sincera della sorpresa, ma anche con la curiosità che questa sua nuova condizione comporta cercando comprendere quel mondo che in fondo riconosce come proprio.

È la coralità del film a costituirne il tratto essenziale. La Gaye insiste, nel finale con didascalica e inutile sottolineatura, sullo sguardo corale del film, sulla complessità della questione emigrazione e sulla connessione di ogni elemento che riguarda il tema. La metafora delle stelle, isolate se guardate da sole, ma spettacolari se guardate tutte insieme, è perfino troppo esplicita.

Dyana Gaye, che già nel passato aveva partecipato al Festival con un suo cortometraggio, si muove, in questa triplice ambientazione con una certa agilità complessiva cadendo di tanto in tanto nella pericolosa trappola di un eccesso narrativo che inceppa la scorrevolezza. Il suo tocco emoziona, cogliendo a pieno ogni sfumatura quando si sofferma sui sentimenti, quando i suoi personaggi vengono colti nell’attimo della loro naturale debolezza. Si trova in maggiore affanno, talvolta, quando deve raccontare gli eventi, quando sembra dovere fornire giustificazioni. In questa prospettiva, come era già accaduto in un altro film, quel Lettere dal Sahara con cui Vittorio De Seta aveva chiuso la sua attività, la figura della mediatrice italiana che sacrifica se stessa in nome della vocazione, appesantisce la storia trascinandola a tratti, in una deriva da fiction televisiva di cui non si sentiva la necessità. Il film che è anche frutto delle due culture della sua autrice, avendo padre senegalese e madre italiana, si fa vivo e originale quando descrive, invece, con autentica efficacia, l’originale mappa dei sentimenti legati alla diaspora dall’emigrazione, quando compila istintivamente il catalogo delle soluzioni o delle non soluzioni che i suoi personaggi sono in grado di offrire. È l’emozionante finale quindi a restituire l’integrità di questa articolata geografia, quando la pellicola si sgrana per raccontare la nuova domestica felicità di Sophie che sembra avere trovato un nuovo equilibrio che le permetterà di guardare con fiducia alle numerose prospettive del proprio futuro.