Amarcord, di Federico Fellini

Disilluso e malinconico, sospeso tra sacro e profano, uno dei film più famosi del regista romagnolo. Oscar per il miglior film straniero nel 1975. Stasera, ore 23.50, Iris

Fascismo e adolescenza continuano ad essere in una certa misura stagioni storiche permanenti della nostra vita. L’adolescenza, della nostra vita individuale; il fascismo, di quella nazionale: questo restare, insomma, eternamente bambini, scaricare le responsabilità sugli altri, vivere con la confortante sensazione che c’è qualcuno che pensa per te, e, una volta è la mamma, una volta il papà, un’altra volta è il sindaco, o il duce, e poi il vescovo, e la Madonna e la televisione.

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Non si può combattere il fascismo senza identificarlo con la nostra parte stupida, meschina, velleitaria; una parte che non ha partito politico, della quale dovremmo vergognarci, e che a respingerla non basta dire: io milito in un partito antifascista. Perché quella parte sta dentro ciascuno di noi, e ad essa già una volta il ‘fascismo’ ha dato voce, autorità, credito.
(Federico Fellini)

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Avete mai avuto la voglia di rivisitare i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza? Spesso accade che ritornando in quei posti si avverte una netta discrepanza tra la propria mitologia del ricordo e la realtà effettiva. Le stanze sono più strette, le luci meno abbaglianti, i profumi assenti. Questa differenza è causa di grande delusione perché realizziamo che era la nostra immaginazione a ridisegnare i confini delle realtà. Amarcord (“Io mi ricordo” in dialetto romagnolo) nasce dalla voglia di esorcizzare questa delusione, questa fitta dolorosa che nasce nel momento in cui è meglio ricordare i fatti come li abbiamo immaginati piuttosto per come sono veramente accaduti. Federico Fellini fa le prove di questa operazione con I clowns (1970) e soprattutto Roma (1972) che può essere considerato un cripto-sequel di Amarcord (1973).

Dietro le storie dei personaggi del Borgo nei primi anni ’30, Fellini rielabora il mito della propria adolescenza riminese: mentre ne I vitelloni (1953) il tessuto narrativo era solido e si strutturava attraverso una forma classica, in Amarcord la narrazione si sfalda seguendo i sogni-ricordi del regista fino allo sfondamento della quarta parte con lo sguardo in macchina e lo svelamento dei trucchi del mestiere (il mare di plastica con il transatlantico di cartone). Eventi reali come la corsa Mille Miglia, le adunate fasciste, il rito della “fogazzata” (i grandi falò per celebrare l’inizio della primavera), gli sceicchi al Grand Hotel di Rimini, il passaggio in riviera adriatica del Transatlantico Rex, vengono trasfigurati attraverso la lente grandangolare del ricordo. La Volpina (Josiane Tanzulli), La Gradisca (Magali Noël), lo Zio matto (Ciccio Ingrassia), la suora nana, la tabaccaia (Maria Antonietta Beluzzi), gli insegnanti della scuola, i gerarchi fascisti perdono le connotazioni reali per diventare bozzetti animati, disegni caricaturali come nella splendida locandina di Giuliano Geleng.

Non esiste il punto di vista di un singolo personaggio perché lo stesso Titta (Bruno Zanin) si disperde tra i mille rivoli di un racconto corale in cui è tutta una generazione ad essere repressa dal mito di Dio, Patria, Famiglia. Pur non volendo fare un film politico, Fellini scende fino alle radici ideologiche del fascismo e lo rivela per quella patologia da sempre presente nell’italiano, quel blocco maturativo che lo pone alla ricerca di una guida autoritaria. Ne viene fuori il ritratto impietoso di una Italietta meschina, abbagliata dal mito del super uomo virile che però ha enormi complessi in materia sessuale. Titta è coccolato dalla madre (Pupella Maggio), litiga perennemente col padre (Armando Brancia), si masturba pensando alla Volpina ma non riesce a possedere la generosa tabaccaia. I suoi attributi rimpiccioliscono sotto le immagini del papa, di Mussolini, del Re. Rivelatoria è la scena delle camicie nere che sparano al grammofono che suona le note dell’Internazionale: Fellini ridicolizza i fascisti e li rivela nella loro pochezza intellettuale e aridità affettiva. Anche la raffigurazione delle donne è il riflesso di un immaginario maschile ipertrofico: il posteriore della Gradisca, i seni della tabaccaia, le voglie irrefrenabili della ninfomane Volpina. L’atteggiamento del maschio riflette quello di uno spettatore al cinema che fantastica sulla diva e la immagina nelle proporzioni dello schermo cinematografico. Ma proprio in Amarcord Fellini sembra innescare una certa disillusione malinconica che si fa spazio tra i tempi di una comica e le risate di una barzelletta sconcia: le “manine” annunciano il ritorno della primavera in un ciclo che si ripete all’infinito con cadenza funebre. La Gradisca vuole solo sposarsi e smettere di essere una figura leggendaria del Grand Hotel; Titta viene strappato dalla spensieratezza della adolescenza a causa della malattia della madre; il nonno si perde nella nebbia e si muove in una zona dell’oltretomba come anima errante. Questa particolare tristezza è sottolineata sia dalla musica di Nino Rota (che al ritmo della marcetta sostituisce i tempi di un valzer lento) che dagli interventi in sceneggiatura di Tonino Guerra che scolpisce i diversi personaggi con sfumature drammatiche. Amarcord diventa così un condensato di contraddizioni che riflettono l’attrazione/repulsione di Fellini per Rimini, per un universo che si dibatte tra il sacro e il profano, follia e ragione. Un sentimento ambivalente in cui tutti si possono riconoscere: il film avrà successo ad ogni latitudine e vincerà nel 1975 l’Oscar come miglior film straniero.

Scende la neve e nel labirinto dei blocchi bianchi Gradisca e Titta si sfiorano ma non si incontrano. Nella confusione metereologica compaiono una bue gigante e un pavone dalle piume dorate: ogni tanto il cortocircuito della realtà genera allucinazioni, come epifenomeni di una realtà invisibile che preme per farsi strada, come le parole di Paolina che Marcello non riesce a sentire nel finale de La dolce vita. “Voglio una donna!” grida lo Zio matto isolandosi sopra un albero imitando il “barone rampante”di Italo Calvino. Ma forse in quell’epoca di falsi superuomini non era così folle protestare salendo su un albero, allontanandosi da quelli che chiamiamo “persone normali”. Ci vuole una bella mongolfiera per portarci via da quegli anni di falsi giganti. O è sufficiente una monaca nana.

 

Regia: Federico Fellini
Interpreti: Pupella Maggio, Armando Brancia, Magali Noël, Ciccio Ingrassia, Nando Orfei, Luigi Rossi, Bruno Zanin, Josiane Tanzulli
Durata: 125′
Origine: Italia, 1973
Genere: commedia/drammatico

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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