Audition, di Takashi Miike

Miike prende lo spettatore per la gola e lo getta negli spazi abietti della sua sconfinata immaginazione. Il punto più alto, perverso e deliberatamente osceno nella storia del J-horror. Ineguagliabile

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Ora non puoi più muoverti” sussurra trionfante la mefistofelica Asami (Eihi Shiina), mentre impugna la siringa con il veleno fatale “Ucciderò il tuo corpo, ma i tuoi nervi resteranno svegli”. Ci troviamo a film inoltrato, nel punto esatto in cui Audition getta via la maschera dell’illusorietà, e si prepara ad entrare definitivamente nella leggenda. Perché ormai da quasi 25 anni, che si voglia o meno, ogni discorso, riflessione e analisi sull’opera cardine di Takashi Miike ruota attorno a quello spiazzante epilogo, arrivato agli occhi delle audience mondiali alla stregua di una benedizione memorabile. E come capita a tutti i testi veramente rivoluzionari, l’influsso del suo racconto non si esaurisce nel momento in cui taglia al nero, ma va oltre, eccedendo contemporaneamente l’immagine e il pensiero, per scardinare definitivamente le porte del rappresentabile.

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Ma per comprendere i motivi che hanno reso Audition un vero e proprio cataclisma poetico bisogna partire dal contesto produttivo di riferimento. O meglio, dai modi in cui Miike dialoga con quelle stesse traiettorie, per poi arrivare ad una loro trascendenza. Alla fine del Novecento, di fatto, il J-horror è nel pieno della sua esplosione popolare: opere come Cure (Kiyoshi Kurosawa, 1997) e Ringu travalicano i confini della distribuzione nazionale, e assumono le configurazioni di veri fenomeni di cassetta. In America, come nel resto del mondo, tutti restano stregati dall’originalità di questi testi, capaci di raccontare (e, in particolare, di rappresentare) le paure più recondite dell’animo umano senza l’ausilio delle classiche grammatiche della narrazione orrorifica. Da adesso si può finalmente offrire un’esperienza tensiva al pubblico, al di là dei dettami imperialisti di Hollywood. Il “mostro” è ora un’entità statica e perlopiù evanescente: non agisce in prima persona, ma osserva. È la manifestazione del rimosso, l’insieme di timori inenarrabili e sospesi, che con la sua immanenza (e non più attraverso le azioni fisiche) conduce l’uomo verso la follia. Tutto in direzione di una narrazione da incubo, dominata da ritmi compassati e allucinazioni visuali, che nasce e si chiude nel buio stesso delle sue atmosfere purificatrici.

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Vi chiederete: e Audition? Come si iscrive in – e quindi devia da – questo fervente contesto produttivo? Cosa lo ha reso un fenomeno talmente unico e irripetibile, da entrare di forza nell’immaginario orrorifico mondiale, e cambiarne per sempre l’essenza? La risposta, come anticipato, sta proprio nella dualità con cui Miike affronta/decostruisce i canoni più tradizionali del J-horror. Nel raccontare la storia di Aoyama (Ryo Ishibashi), un produttore televisivo che indice un’audizione per sole donne in modo da trovare una compagna che lo affranchi dalla solitudine della vedovanza, il cineasta nipponico aderisce, per buona parte del racconto, alle estetiche di fondo del movimento in questione: la sospensione ritmica segue alla posticipazione del mistero, così come le atmosfere stranianti vanno di pari passo con la plasticità di inquadrature fisse e insondabili. Ci si muove nel labirinto di un incubo illusorio, in cui Miike, alla pari dei suoi colleghi/prestigiatori, sottrae allo spettatore ogni coordinata o aggancio possibile. Ma è nel momento in cui decide di raccontare il “mostro”, che nel film di colpo emerge una sensibilità mai vista prima. Una sensazione così deliberatamente gargantuesca e delirante da dissolvere la sottrazione tonale tipica del J-horror, e presentare a chi guarda, la genesi di una nuova epoca per il “cinema dell’estremo”. Che a questo punto ha nella figura eterea e sfacciatamente diabolica di Asami il suo peccato originario più iconico e immor(t)ale.

E allora non si può fare a meno di ritornare alla celebre sequenza su cui si conclude Audition. È proprio qui che Miike ci prende per la gola, e ci getta nel sostrato amniotico della sua incontenibile immaginazione. Ma se quel delirio orgiastico di sangue, smembramenti e perversioni riprovevoli viene accolto da un quarto di secolo alla pari di una panacea, lo si deve non tanto all’improvviso cambio di registro dell’epilogo, ma alla coerenza con cui il cineasta dissemina in ogni spazio del racconto i sintomi di un tormento onirico allucinatorio. Nelle conversazioni iniziali, come nelle più (apparentemente) insignificanti inquadrature di sutura, ci rende già testimoni di un inferno terreno. “Il Giappone è finito” dice infatti Yoshikawa (Jun Kunimura) al protagonista, mentre osserva esterrefatto i comportamenti frivoli di alcune ragazze. Una sensazione da “fine di un’era” sottolineata dai continui scavalcamenti di campo della camera, e che in pieno periodo post-bolla viene percepita dagli spettatori giapponesi non come un brutto sogno, ma come la manifestazione più pura della realtà.

Ed ecco che Miike, con la vocazione allegorica che lo contraddistingue, ci invita a ragionare sui mondi che abitano il suo cinema. Ovvero su quella personale fiera degli orrori della mondanità, che dal parto demoniaco di Gozu alle idiosincrasie comportamentali di The Mole Song o Dead or Alive fino alle contaminazioni corporeo-oculari di Occhio per occhio, filtra da sempre le debolezze dell’essere umano attraverso un’ottica eminentemente perversa. Forse, allora, è proprio per questo che Audition risulta essere un film così necessario. Non solo per i modi in cui estende i confini del cinema oltre ciò che è eticamente rappresentabile. Ma in particolare per come ci sbatte in faccia le fragilità umane, senza mediazioni né giudizi di circostanza. E lo fa donando una possibilità di salvezza anche a chi la salvezza non la ricerca. Perché per Miike, cresciuto tra yakuza incalliti e amicizie poco edificanti, nessun personaggio merita il suo sdegno. Dopo l’ennesimo passo falso, i suoi protagonisti non perdono tempo a lanciarsi verso il prossimo pericolo, fino ad rintracciare nella dissoluzione corporea un’idea perversa di auto-redenzione. Del resto, tra gemiti e fiumi di sangue, le ultime parole di Aoyama sembrano veicolare il messaggio di speranza/rassegnazione dell’autore. “In fin dei conti… è la vita”. E Audition, con le sue vertigini (in)umane, sarà sempre qui a ricordarcelo.

Titolo originale: id.
Regia: Takashi Miike
Interpreti: Ryo Ishibashi, Eihi Shiina, Jun Kunimura, Tetsu Sawaki, Renji Ishibashi, Miyuki Matsuda, Toshide Negishi, Yuriko Hirooka, Shigeru Saiki, Ken Mitsuishi, Ren Osugi, Kanji Tsuda, Fumiyo Kohinata
Distribuzione: Wanted Cinema
Durata: 115′
Origine: Giappone, 1999

5
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Il voto dei lettori
3 (7 voti)
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