Bergamo Film Meeting 32 – Giornata 5 – 'Wolf' di Jim Taihuttu

Our mothers houseLa quinta giornata del 32esimo Bergamo Film Festival ha avuto per protagonisti, ancora una volta, Dirk Bogarde, Jessica Hausner che ha incontrato il pubblico, Antonietta De Lillo e Sólveig Anspach, oltre a tre opere documentarie nella sezione Visti da Vicino.

La rassegna su Bogarde quest'oggi ha presentato Il giardiniere spagnolo di Philip Leacock, Il cranio e il corvo di Basil Dearden e Tutte le sere alle nove di Jack Clayton, in cui l'attore è alle prese con 6 bambini traumatizzati dalla morte e dall'educazione impartita da una madre eccessivamente religiosa (forse solo apparentemente) la cui presenza spirituale è pericolosamente ancora percepita dai bambini, che rasenteranno una follia anche molto pericolosa.

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Nella sezione Visti da vicino sono stati presentati El futuro di Luis López Carrasco, un film a metà tra fiction e documentario, già visto a Locarno, sui festeggiamenti notturni del 1982 quando il Partido Socialista Obrero Español ha vinto le elezioni; Praznovanje di Dajan Javorac, che segue l'isolamento e la semplicità quotidiana di alcuni abitanti del monte Maniaca in attesa delle feste natalizie, e Chaumière di Emmanuel Marre, che mostra la vita all’interno deàgli Hotel Formule 1, cioè costruzioni ultraeconomiche costruite poco fuori le città.

LourdesNel pomeriggio si sono alternati, ancora, altri documentati di Antonietta De Lillo (Pianeta Tonino e Vento ‘e terra) e Sólveig Anspach (Sandrine a’ Paris, Que persone ne bouge!) che non fanno che confermare l’interesse delle due registe per l’inchiesta privata, piccole storie di uomini semplici ma estremanete interessanti, anche se noti – come nel caso di Tonino Guerra. Per quanto riguarda la regista austriaca Jessica Hausner, è stato proiettato Lourdes, molto apprezzato al Festival di Venezia. Subito dopo la proiezione la regista ha incontrato il pubblico che ha avuto modo di regalarle un applauso molto sincero.

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WolfIl film in concorso della serata è stato Wolf dell'olandese Jim Taihuttu (che nel 2010 ha codiretto Rabat con Victor Ponten), storia di un kickboxer marocchino cresciuto in un sobborgo olandese, già passato per il carcere, che per ragioni economiche entra nelle grazie del boss turco Hakan che lo usa per far soldi sui suoi combattimenti e non solo. Sospeso tra L’odio, Rocco e i suoi fratelli, Toro Scatenato e Carlito’s way, Wolf – che ben si distingue da questi titoli per lo stato in cui è ambientato e per le nazionalità coinvolte nella vicenda – attraversa una storia dura, di strada, che non risparmia scene di alta tensione e di violenza, tuttavia abbracciate e vellutate da un poetico bianco e nero che risalta gli sguardi e linee sui volti. Come Ombre, i personaggi si muovono sperduti in ambienti che stupiscono per il loro ripetersi sempre uguali a se stessi, in una povertà di prospettive e di futuro rappresentata dai movimenti di una macchina fin troppo intima, che a un certo punto però deve lasciar spazio alla storia non raccontata.