BERLINALE 64 – Al doilea joc (The Second Game), di Corneliu Porumboiu (Forum)

the second gameNull'altro che una storica partita di calcio tra la Steaua e la Dinamo Bucarest, il grande derby tra le due squadre più titolate di Romania. È il 1988 e all'orizzonte c'è la drammatica rivoluzione dell'89, che segnerà la morte di Nicolae Ceau?escu e la fine del regime. Tra le due squadre la rivalità è accesa, nonostante entrambe rappresentino organi istituzionali. La Steaua è la polisportiva fondata dal Ministero della Difesa e fa capo all'Armatei, all'esercito. È il team più blasonato del Paese, quello che schiera i campioni più importanti, nonché la squadra del cuore della famiglia Ceau?escu, dato che il figlio del dittatore Valentin è il dirigente più in vista. La Dinamo, invece, fondata nel 1948 dal Ministero dell'Interno, è legata alla Securitate, la famigerata polizia segreta. Uno scontro che va ben aldilà dell'aspetto sportivo, raccontando rapporti di potere più intricati di quanto si possa pensare.

Le immagini sono quelle sgranate, traballanti, da "età della pietra", di una vecchia videocassetta, recuperata tra gli archivi della Tv rumena. E il commento, a venticinque anni di distanza, è di Corneliu Porumboiu e del padre Adrian, all'epoca arbitro di massima divisione, assegnato a dirigere proprio quell'incontro importante.

 

the second gameEcco, è tutto qui. Una "revisione", in cui l'intervento del cinema è lasciato a queste due voci fuoricampo, che, con ritmi ed entusiasmi "tipicamente rumeni", ripercorrono le fasi e gli stili di gioco e s'interrogano sul clima di quegli anni, sulle tecniche della ripresa televisiva, sul senso stesso di una simile operazione. "Si può fare un film su questa cosa?", chiede Corneliu al padre, che risponde: "A chi vuoi che interessi?". Il calcio è un "piacere effimero", che si consuma immediatamente. Forse alla stessa velocità con cui il cinema brucia le sue immagini. Shooting stars. Ma allora, tutta la scommessa di The Second Game è proprio nel puntare sulla persistenza di senso di queste immagini, sulla nostra capacità di leggerle altrimenti e sul loro potere di far emergere un'altra storia, una seconda partita, nascosta magari proprio nei margini in cui la prima sfuma nella memoria o si perde nella rovina degli stessi supporti.

E del resto, è tutta una lotta tra ciò che si può ancora vedere e ciò non si riesce più a distinguere, per colpa del tempo passato o perché sacrificato da una scelta di regia, da una ripresa mancata, da un'impossibilità fisica o tecnica. "Torna indietro", dice Adrian, per osservare meglio una sua decisione controversa, ma il rewind non è ammesso. "Guarda cosa sta inquadrando quest'idiota", sbotta a un certo punto, all'ennesimo stacco sul pubblico indistinto e su una porzione di campo vuota, pratica sistematica applicata appena gli animi si scaldano in campo, a ogni minimo accenno di rissa. Fino a quella stessa neve che riduce il campo ai limiti dell'impraticabilità e trafigge le immagini come fosse uno strappo nella pellicola.

L'inverno stanco del comunismo "applicato", certo. Ma ogni considerazione di ordine storico, politico, calcistico è condizionata da ciò che appare e scompare, da un ragionamento sulla pratica e la teoria delle immagini. "Non si vede bene", obietta Corneliu, "Ma no, si vede, la palla è gialla, basta seguirla", obietta il padre. È una questione di prospettiva, di messa a fuoco. Nel cinema, come nel calcio. E la scelta stessa di Adrianu di lasciar proseguire l'azione, applicando sistematicamente la regola del vantaggio, per rendere il gioco più fluido, sembra un'indcazione di regia. C'è sempre un'immagine possibile, la scelta più giusta, anche nel più difficile dei campi, nella più tesa delle situazioni. Finché tra la fatica di questa battaglia di muscoli, tra i mille ostacoli dello sguardo, emerge un guizzo da fuoriclasse di un Hagi o un Lupescu. Lampi di bellezza che emergono dal fango, dall'indistinto degli eventi. Non succederà nulla, sino alla fine. Ma che lezione.